Honeymoon Suite – Recensione: Dreamland

Quinto album in studio in oltre quattordici anni di attività per questa gloria del canadian rock che sembra non avere alcuna intenzione di mollare la presa. Tenuti in piedi dalla forza di volontà dei membri fondatori Johnny Dee e Derry Grehan, gli Honeymoon Suite giungono sul mercato europeo dopo parecchi anni di latitanza, anche alla luce del fatto che il precedente ‘Lemon Tongue’ si era visto negare la possibilità di una distribuzione efficace al di là del confine nazionale. Probabilmente anche in questa ottica il gruppo decide di recuperare una manciata di canzoni provenienti da quel lavoro, completando la tracklist con sette brani nuovi di zecca. Nonostante questa curiosa scelta, l’amalgama tra i brani resta evidente e mette in luce l’evoluzione del sound del gruppo verso le tipiche sonorità pop-rock moderno sia nelle scelte dei suoni che nella qualità delle melodie. Volendo trovare un paragone, si potrebbe dire che partendo da lidi completamente diversi gli Honeymoon Suite hanno percorso una strada simile a quella degli ultimi Dokken, apportando modifiche sostanziali alla proposta senza snaturare l’essenza ultima, la personalità della band, che resta indubbiamente riconoscibile. Nulla da eccepire poi sulle capacità di questi professionisti di lunga data, musicisti estremamente preparati, in grado di confezionare un lavoro perfetto dal punto di vista della forma, e che tutto sommato rimane un ascolto piacevolissimo. Non pretendete troppo però, album come questo hanno il loro pregio maggiore nella facile digeribilità e trovano la loro collocazione ideale in un’autoradio durante un lungo viaggio o in un pomeriggio di pieno relax. Siete avvisati.

Voto recensore
7
Etichetta: Frontiers

Anno: 2002

Tracklist: What I Know
So Hard
Still Lovin' You
Just Love Somebody
The Way I Do
Dreamland
Too Little Too Late
Gone
Undone
Lagavulin
Radiant
Even Now

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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