DreamGate – Recensione: Dreamgate

Nati nel 2022 per volontà del tastierista Alessandro Battini (Dark Horizon, Sangreal) e del batterista Gianluca Capelli (ex-Dark Horizon, Arda), i piacentini Dreamgate non fanno mistero dei propri riferimenti stilistici – elencando Stratovarius, Twilight Force e Rhapsody of Fire – ma incuriosiscono per la varietà degli spunti che hanno portato alla realizzazione del loro debutto: la miscela di eventi storici, mitologia, fumetti, film, libri e videogame sembra fatta apposta per catturare l’attenzione del metallaro/nerd nel quale mi riconosco pienamente. Registrato presso l’Elfo Studio di Tavernago e pubblicato dalla piemontese Underground Symphony, “Dreamgate” si compone di undici tracce, per un totale di quarantacinque minuti. L’impronta che caratterizza l’openerSun King”, brano ispirato alla figura di Luigi XIV, è indubbiamente orchestrale e melodica, con le influenze classiche che quasi soffocano ogni velleità metallara: caratterizzata da una dimensione cinematografica che si accentua ulteriormente al momento dell’assolo, questa prima traccia ha in realtà anche qualcosa del power tedesco (diciamo primi ma non primissimi Helloween, citati velatamente anche nella title-track) in grado di coprire, con l’assalto ritmico, un’espressione melodica non particolarmente ricercata. Lo stesso approccio urgente lo ritroviamo nella successiva “Dragonero”, evidentemente ispirata dall’omonimo fumetto di casa Bonelli: i riferimenti al mondo dei draghi avvicinano naturalmente questa seconda canzone alla produzione di casa Rhapsody, un’affinità che – anche in questo caso – trova la sua espressione più convincente nel momento strumentale dell’assolo.

Nonostante la buona prova di Fabio Brunetti alla voce, il disco non impressiona dal punto di vista delle parti cantate, tradendo le aspettative di coloro i quali – me compreso – avrebbero desiderato anche un richiamo alla migliore produzione dei Dark Horizon: il metal dei Dreamgate è invece meno elegante e meno soppesato, votato ad una ricerca spasmodica della quantità e della continua aggiunta di nuovi spunti che affatica e confonde. Perché hai l’impressione che il buono ci sia, ma essere continuamente costretti a rincorrerlo non rende l’esperienza così piacevole e degna di essere ripetuta. E se in alcuni casi lo stratagemma può servire a tenere alta (?) l’attenzione del pubblico, la sensazione che questa eccessiva stratificazione debba in realtà coprire l’assenza di spunti interessanti (“Cecil”) si farà largo prima tra gli ascoltatori più maliziosi, e poi tra tutti gli altri. A far le spese di questo turbinio barocco sono anche le prove dei singoli musicisti, talvolta alle prese con una rincorsa frenetica: il fatto che il drumming di Gianluca sia così meccanico e procedurale da avvicinare il suo lavoro a quello di una batteria elettronica lascia con l’amaro in bocca, senza considerare che la delusione arriva da uno dei due membri fondatori della band, al quale sarebbe stato lecito chiedere qualcosa in più in termini di coinvolgimento, orgoglio e cura del dettaglio. Come spesso accade in progetti che presentano questo tipo di criticità, sono le tracce più lente ad evidenziare le maggiori lacune: è il caso ad esempio della balladNo Sweat No Glory”, che al di là della sua interessante ispirazione sportiva si avvia ad una conclusione piuttosto mesta, un po’ come le gesta del calcio belga alle quali il brano è ispirato.

Naturalmente, trattandosi di musicisti esperti, “Dreamgate” non è tutto da buttare, soprattutto quando il suo sviluppo si fa più lineare: dispiace – ma solo un po’ – rilevare come “The Lost Symbol”, che vede l’ospite svedese Anders Skòld (VEONITY) alla voce, sia dotata di maggiore personalità e graziata da una struttura più semplice nelle quale, forse per la prima volta dall’inizio dell’album, è possibile soffermarsi anche su qualche dettaglio minore e necessario, come l’accattivante linea di basso interpretata da Micael Branno. E insomma, “Dreamgate” è un disco del quale si vorrebbe così tanto parlare bene, non tanto per la sua provenienza tricolore ma perché è facile stabilire una connessione con l’arte e le passioni – Castlevania! – che hanno contribuito a produrlo. Ma così come le intenzioni non vanno processate, allo stesso tempo la loro indubbia bontà richiede un’esecuzione altrettanto ispirata, sofferta e convincente: nel caso di questo disco l’impressione è che il focus ed il discorso si siano invece persi un po’ per strada, in nome di una ricerca che produce risultati interessanti (“The All”, “Ball And Chain”) ma troppo esili, rari e superficiali per salvare il disco nel suo agrodolce insieme.

Etichetta: Underground Symphony

Anno: 2024

Tracklist: 01. Sun King 02. Dragonero 03. Life is one 04. No sweat no glory 05. The lost symbol 06. Dreamgate 07. The all 08. Ball and chain 09. The garden of tears 10. Cecil 11. Belmont’s fate
Sito Web: facebook.com/DreamGate.Power

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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