Dream Theater: Live Report della data di Roma

Il solito concerto dei Dream Theater, con tutti gli annessi e connessi del caso. Direi che si possa sintetizzare così la serata al Palalottomatica di Roma.

Il pubblico ha risposto molto bene alla chiamata, il Palalottomatica è gremito, anche se non c’è stato il tutto esaurito e alle 20.30 le luci si spengono ed inizia lo show. Inizia in nome del pacchiano, a ben vedere, con un filmato (proiettato sui 3 megaschermi siti sul palco) autocommemorativo. Una sorta di Bignami del Teatro del Sogno, che mostra i punti salienti della carriera dei nostri… e via con immagini e suoni dai Majesty a ‘Train Of Thoughts’, il pubblico applaude, gradisce, esulta, ma fa un po’ riflettere sentire più applausi per ‘Six Degrees…’ che per ‘Awake’.

Finalmente i 5 americani salgono sul palco, come apertura viene scelta la mediocre ‘As I Am’ e si nota subito una cosa: James LaBrie è in forma, vocale e fisica e quest’iniziale impressione, con il proseguire del concerto, diviene una certezza. Il Canadese è vocalmente ringiovanito di 10 anni almeno ed è impressionante sentirlo affrontare brani come ‘Another Day’ (devastata dai synth di Rudess e dall’acustica del Palalottomatica, se dobbiamo dirla proprio tutta) o ‘Metropolis’ uscendone assolutamente a testa alta.

Il problema, a voler essere pignoli, sono i suoi compagni di brigata. Hanno suonato bene, senza sbavature, come sempre. E come sempre il concerto fila liscio.

Come sempre.

Purtroppo, ormai, ogni loro concerto è la copia di sé stesso e di questo ce ne rammarichiamo. I Dream Theater erano tra quei (pochi) gruppi ancora in grado di stupire durante i loro live show, con cover, citazioni, brani riarrangiati ed altre trovate, purtroppo tutto questo è finito, si direbbe. Anche questo concerto non fa che riflettere quell’alone stantio che già avevamo scorto (chi più chi meno) dalle loro recenti imprese in studio.

Poco possono cambiare le scenografie (i megaschermi puntanti sulle mani di Rudess e Petrucci sono un trovata di dubbio gusto) se i nostri restano oltretutto drammaticamente inchiodati sul palco. In più si aggiunge il brutto vizio delle parentesi soliste, pessima abitudine anni ’80 che ai nostri sembra piacere particolarmente… e “cui prodest?” è ciò che ci domandiamo davanti ad un Portnoy che replica in parte il solo del tour di ‘Images And Words’ (quello immortalato nel loro ‘Live In Tokyo’, per capirsi), sputa sulla telecamera e scoatta con poco costrutto.

Per dare a Cesare ciò che è di Cesare, ammettiamo che il medley di tributo a Zappa (con buona pace di larga parte del pubblico che si chiedeva chi fosse quel tipo nudo e baffutto che appariva ogni tanto sui monitor) ci ha stupito, come pure ci ha stupito e commosso ascoltare la citazione di ‘Impressioni Di Settembre’ della PFM nel solo di Rudess. Citazione che ha, finalmente, sostituito la tarantella che il buon Petrucci tirava fuori quasi ad ogni apparizione in terra italica.

Tirando le somme, non un brutto concerto, anzi, ma resta un po’ di amarezza, constatando che i Dream Teather si avviano a divenire le vittime di loro stessi. Costretti a citarsi ed essere ciò che il pubblico vuole che siano.

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