Dream Theater: Live Report della data di Firenze

Labyrinth, Angra e Dream Theater, ovvero il progressive e il metal che si incontrano tra di loro. Il meeting è avvenuto per la prima volta nel corso dell’estate durante la serata di Fucecchio, provincia di Firenze.

LABYRINTH

Ad aprire le danze l’unica band italiana a salire sul palco, i Labytinth. Quaranta minuti di ottima musica, forti anche di un’acustica rotonda e potente, degna di ben altra collocazione sulla bill del concerto. Rob Tyrant e soci hanno snocciolato alcuni pezzi dell’ultimo disco ‘Freeman’, anche se il gradimento maggiore da parte del pubblico lo hanno ricevuto le canzoni del passato, da ‘Lady Lost In Time’ alla hit che vale una carriera, la bellissima ‘Moonlight’.

ANGRA

Pensare al combo brasiliano come a un gruppo di spalla, anche se l’headliner si chiama Dream Theater, fa sempre piangere il cuore. Ma gli Angra nell’ora a loro disposizione hanno incantato il pubblico con una tecnica invidiabile e un impatto sonoro notevole, se si considera che la location del concerto era all’aperto, e dunque a rischio di dispersione sonora. Buona parte del set è stato occupato dai pezzi di ‘Temple Of Shadows’ (‘Angels And Demons’, ‘Shadow Hunter’, ‘Winds Of Destination’) , ma la sorpresa più lieta riguarda, come è ovvio, l’inevitabile confronto a distanza tra il singer Edu Falaschi e l’ingombrante fantasma del suo predecessore Andrè Matos. Ancora una volta, il nuovo che avanza ha dissolto ogni ombra: classici come ‘Carolina IV’ (in cui spicca la bellissima esecuzione da parte della coppia di asce Kiko Loureiro – Rafael Bittencourt) e ‘Carry On’ sono stati perfettamente interpretati dall’ugola carioca, davvero spettacolare e dinamico nelle sue performance dal vivo. La vena artistica e scenica degli Angra sembra insomma molto lontana dalla parola fine.

DREAM THEATER

Da parte nostra l’approccio all’ennesimo tour italico dei Dream Theater diventa difficile. Bravi, bravissimi e anche molto di più, i cinque elementi della band americana hanno dato il loro benvenuto al pubblico con una serata davvero eccellente. La caratteristica dei grandi è quella di far apparire anche le cose più difficili di una semplicità disarmante. Petrucci e compagnia ce ne hanno dato ampia dimostrazione nel corso della serata in terra toscana. The smile of dawn, il sorriso dell’alba, può illuminare anche la calda e umida serata toscana. E un attacco con ‘Metropolis’ e ‘A Fortune In Lies’ vale già di per sé il prezzo del biglietto. Il tour del poco felice ‘Octavarium’ ci consegna una band in gran forma, con un James LaBrie decisamente in palla rispetto alle ultime uscite. Dalla loro lunga carriera i Dream Theater hanno la possibilità di tirare fuori dal loro cilindro un set di brani sempre diverso e coinvolgente, e così hanno fatto: dall’ultima fatica discografica hanno estratto gli episodi migliori (eccezion fatta per ‘Sacrificed Son’ la cui riuscita live non è per niente buona), mentre hanno trascurato del tutto nella scaletta dei pezzi il povero ‘Six Degrees Of Inner Turbulence’. Poco male, visto che l’excursus lungo i sedici anni di carriera coinvolge in maniera sostanzialmente democratica tutti gli album della band americana. Stavolta nessun assolo da parte dei dotatissimi musicisti a stelle e strisce, che hanno preferito offrire due ore pulite di grande musica d’insieme. I Dream Theater hanno proposto dal vivo una sorta di’Greatest hits’ in cui si sono distinte per la loro capacità di coinvolgere il pubblico e la resa eccellente ‘Just Let Me Breathe’, ‘Endless Sacrifice’ e ‘The Spirit Carries On’. Ma ciò che colpisce nell’esibizione dei mostri del progressive metal è proprio la capacità di rielaborare i propri classici. Come i Deep Purple del seminale ‘Made In Japan’, i Dream Theater destrutturano, dilatano, reinterpretano e danno nuova vita a suite apparentemente intoccabili nella loro bellezza come ‘Learning To Live’. Una risposta disarmante nei confronti di tutti quelli che ‘i Dream Theater sono freddi’ oppure che ‘non vale la pena andare al concerto, sembra di sentire il disco’.

Photo by Marcello Dubla

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