Enchant: Intervista a Douglas A. Ott

Con ‘Juggling 9 Or Dropping 10’ gli Enchant si sono riproposti alla platea prog-rock in maniera convincente ed estremamente professionale a livello di suoni e produzione.

Fan dei Rush più appassionato di quanto voglia ammettere, Douglas A. Ott (chitarrista e principale compositore del combo di San Francisco) ha approfittato di una piovosa mattinata autunnale per raccontarci con calma passato, presente ed ambizioni della sua band.

Prima di tutto vorrei chiederti l’idea alla base di un titolo ‘strano’ come ‘Juggling 9 Or Dropping 10’ (letteralmente: ‘fare il giocoliere con 9 o farne cadere 10’)…

"Il titolo è tratto dai versi della canzone ‘Juggling Knives’ e ha a che fare con l’essere pressati, o addirittura sopraffatti, da moltissime cose. La classica situazione in cui se solo si dovesse aggiungere un altro impegno, si finirebbe col combinare disastri in tutti gli altri. Ted ha paragonato un’eventualità simile ad un giocoliere che fa roteare ben nove oggetti e che deve scegliere se aggiungerne un altro (e rovinare tutto) oppure continuare così. L’idea mi è piaciuta, perché in quel periodo ero impegnatissimo su più fronti, per l’album: suonare basso e chitarra, produrre, fare l’ingegnere del suono, finire di scrivere musica e testi, effettuare alcuni ritocchi di tastiere… ancora una preoccupazione e sarei impazzito, compromettendo il risultato finale!"

Quindi la registrazioni sono state abbastanza stressanti, per voi…

"Beh, non direi che ci sia stata molta pressione, in fondo fa parte del nostro lavoro. Da quel punto di vista direi che si è trattato delle session di registrazione più rilassate che abbiamo mai affrontato, ma certe volte si tende a chiedere troppo a se stessi, col rischio di perdere il controllo della situazione…"

Leggendo alcune vostre vecchie interviste, ho notato che non amate molto la definizione di ‘progressive band’. Per quale motivo?

"Si, soprattutto io ho avuto dei problemi in passato nell’accettare una simile etichetta, perché credo che la definizione di ‘progressive’ per la maggior parte delle persone sia diversa dalla mia. Per molti, il termine ‘prog’ indica il suono delle grandi band degli anni settanta (come Yes, King Crimson e Genesis), ma noi non abbiamo mai avuto intenzione di essere una ‘retro-band’ che riproponesse intatte certe sonorità. Come Enchant abbiamo sempre cercato di interpretare il significato della parola ‘progressive’, tantando di creare qualcose di nuovo e sperimentale ad ogni album. Su ‘Juggling 9 or Dropping 10’ penso che l’obbiettivo sia stato raggiunto, perché abbiamo incorporato nuovi stili e timbri nel nostro modo di fare musica."

Visto che hai parlato di ‘retro-band’, qual è la tua opinione su gruppi come gli Spock’s Beard che, pur bravissimi, si rifanno in tutto e per tutto ai gruppi dei seventies?

"Amo gli Spock’s Beard, sono i migliori in quello che fanno. A distinguerli è il fatto di non suonare dei semplici clichè, ma l’affrontare la materia con freschezza, per celebrare gli aspetti più belli di una stagione musicale. Il grande merito di Neal Morse è l’aver preso qualcosa di ormai usurato e di averlo saputo riproporre in modo nuovo ed eccitante, a differenza di moltissime altre band del genere."

Con quale mentalità avete affrontato la creazione del nuovo album?

"Come al solito, piuttosto che imporci una determinata direzione, abbiamo semplicemente iniziato a scrivere, lasciando che le influenze più svariate si mescolassero al nostro stile. E’ stato un processo molto spontaneo: ci siamo visti due giorni alla settimana per due mesi e tanto è bastato per avere le canzoni pronte."

Siete dei musicisti molto preparati, ma tendete ad usare la vostra tecnica per dipingere paesaggi sonori, piuttosto che per evidenziare la vostra abilità… Cosa pensi di quei gruppi che, come i Dream Theater, esibiscono la loro capacità strumentale in ogni singolo momento?

"Sono d’accordo con la tua definizione, è esattamente quello che cerchiamo di fare. Riguardo i Dream Theater, non ho nulla contro di loro, ma dopo un po’ tendono ad annoiarmi. Il mese scorso ho visto lo show di Dream Theater e Spock’s Beard qui a S.Francisco: dopo un’ora e mezza circa dello spettacolo dei Theater ho cominciato a sentirmi addosso una certa sonnolenza… Li rispetto moltissimo come esecutori, ma il loro puntare in continuazione sulla tecnica mi annoia. E’ come se a pranzo si mangiasse sempre e solo il dessert: ad un certo punto si rischia di non apprezzarlo più e di dimenticarsi il piacere che può dare al termine di un pasto completo. Il trucco dovrebbe essere quello di usare abbastanza tecnica da stimolare l’appetito dell’ascoltatore, senza però farlo sentire sazio prima della fine dell’album!

Noi tendiamo più a creare atmosfere e feeling."

Siete indiscutibilmente un gruppo rock, ma nei vostri arrangiamenti e scelte produttive si inserisce un elegante gusto pop (nel miglior senso del termine). Quali sono le vostre influenze, al di fuori della scena rock?

"Ascoltiamo tutti molti generi diversi. Io passo dai Jellyfish agli U2 ai Filter: apprezzo ogni tipo di musica che ‘smuova’ qualcosa dentro di me, che mi emozioni. Paul (Craddick, il batterista degli Enchant) adora i Radiohead."

Hai nominato i Filter: sei interessato all’uso di elettronica, filtri e campionamenti in un contesto rock?

"Trovo che siano esperimenti molto eccitanti, anche se magari non li utilizzeremo mai per gli Enchant. Apprezzo molto il lavoro di artisti come i Nine Inch Nails, in grado di inserire grandi quantità di elettronica nella loro musica, rimanendo comunque davvero heavy e moderni."

Prendilo come un complimento, ma è chiaro che i Rush hanno un ruolo importante nella vostra formazione musicale. Il riff di tastiere di ‘Paint The Picture’, così simile a quello di chitarra di ‘Xanadu’ (da ‘Farewell To Kings’ dei canadesi) è una sorta di omaggio a Lee, Lifeson e Peart?

"Mi sono reso conto di questa somiglianza solo dopo la seconda intervista che ho rilasciato per il nuovo album e la canzone è stata scritta un anno fa. I Rush devono occupare ancora un sacco di spazio nel mio cervello, perché sono almeno dieci anni che non ascolto ‘A Farewell To Kings’, del quale ho solo la versione in vinile! Immagino sia una di quelle cose che emergono inconsciamente: pensa che mentre scrivevo la canzone pensavo ai Genesis della ‘Duke’ era! (ride) Quando il giornalista mi ha parlato della somiglianza con ‘Xanadu’ ho avuto un flash e gli ho detto ‘Merda, hai proprio ragione!’ (ride) Comunque è innegabile che i Rush siano stati una grande ispirazione per noi, e la cosa emerge senza che ce ne rendiamo immediatamente conto!"

Per quanto riguarda i testi del nuovo album, cosa puoi raccontarmi?

"Ogni canzone che abbiamo composto in questi anni (con al massimo un paio di eccezioni) è stata ispirata da esperienze personali o che comunque hanno toccato persone a noi vicine. Ti farò alcuni esempi: Ted ha scritto ‘What To Say’ in seguito alla morte della moglie di suo fratello e cerca di esprimere le sensazioni della persona che sta morendo e sa di dover abbandonare la propria famiglia ed un figlio ancora giovane. Io ho scritto ‘Colors Fade’ pensando ala rapidità con la quale i bambini di un mio amico sono cresciuti e di come l’innocenza faccia in fretta a svanire. La differenza di spontaneità fra un bambino di cinque anni ed uno di dieci è enorme… ed è triste che sia così. ‘Elyse’ è il nome della prima figlia di Ted e descrive i sentimenti che Ted prova per lei."

L’immagine di copertina è piuttosto surrealista, chi ha avuto l’idea di base per realizzarla?

"L’idea è stata mia ed in effetti alla base di tutti gli artwork dei nostri CD c’è sempre stato un mio input. Fortunatamente per il nuovo album ho avuto la possibilità di collaborare con un grafico pieno di talento, che è stato in grado di visualizzare alla perfezione quella che era una mia immagine mentale. Volevo che la cover rappresentasse una persona normale alle prese con un’operazione molto difficile ed estremamente preoccupata per questo motivo. Il tocco geniale da parte del grafico è stato l’aggiungere una tempesta alle spalle del personaggio, come a voler dire che per adesso il giocoliere può farcela, ma non per molto! Nell’immagine sul retro del CD si vede lo stesso ragazzo con le mani nei capelli e tutte le palle da biliardo sparse a terra, infatti! (ride) "

Come descriveresti la vostra carriera?

"Quando abbiamo iniziato eravamo molto giovani e desiderosi di provare qualcosa. Ascoltavamo gruppi come Rush, Saga, Yes, Dream Theater, Queensryche e volevamo dimostrare di essere degli abili strumentisti. Il nostro primo album è pieno di parti tecniche, contrappunti, cambi di tempo e assoli. Con il tempo il nostro approccio è mutato: ci siamo resi conto che ci interessava la parte emozionale delle canzoni, non gli assoli appariscenti, così abbiamo iniziato a concentrarci sulle atmosfere. In questo senso ‘Brave’ dei Marillion è stato davvero illuminante per me! Emozioni veicolate attraverso le canzoni."

A proposito di Marillion: siete ancora in contatto con loro? In che misura la collaborazione di Steve Rothery nel vostro primo album pensi vi abbia aiutato?

"Si, siamo ancora in contatto con loro: con Steve Rothery ci sentiamo diverse volte l’anno! La sua collaborazione al nostro primo album ha lanciato la nostra carriera. Avevamo registrato tutte le tracce qui a San Francisco, ma non eravamo per nulla soddisfatti del lavoro del produttore. All’epoca conoscevamo già Steve, così quando lui ci domandò come andavano le cose, gli esprimemmo le nostre perplessità. A quel punto fu lui ad invitarci a ri-registrare alcune tracce, visto che aveva tre settimane libere prima del mixing di ‘Brave’. Il risultato fu molto soddisfacente! Inoltre, il fatto che Steve fosse coinvolto attirò l’attenzione di molti fan dei Marillion! "

Voi siete americani, ma proponete una musica molto raffinata e distante da quella proposta da MTV: pensi che ci sia spazio per un ritorno in auge di sonorità progressive?

"E’ difficile fare previsioni, ma non penso che la musica prog potrà mai tornare ai livelli di popolarità di venticinque anni fa. Ormai tutto è dominato dal ‘dollaro onnipotente’, con etichette discografiche, media assortiti e MTV interessati solo a quello che può vendere di più. In particolare i ragazzi più giovani non hanno più la voglia e l’attenzione necessarie ad apprezzare qualcosa che richieda concentrazione particolare. Qui negli States è ormai possibile vivere senza uscire di casa neppure per andare a fare la spesa e penso che questa sorta di pigrizia abbia contagiato anche le abitudini di ascolto. Se non è semplice, veloce e con lo stesso ritmo o tipo di ritornello, non è interessante. C’è ancora una fascia di pubblico più intelligente che si aspetta musica complessa, ma è difficile da raggiungere. Spero solo che il successo ottenuto dai Dream Theater apra le porte anche per gruppi come il nostro."

C’è la possibilità di organizzare concerti con una certa frequenza, da voi?

"Si, i posti dove suonare non mancano, ma prima di organizzare un tour vero e proprio vogliamo aspettare i primi risultati di vendite dell’album. L’aspetto economico è purtroppo da tenere in considerazione per un gruppo che, come gli Enchant, non ha una major label alle spalle. Il nostro sogno sarebbe di vivere solo grazie alla nostra attività musicale, in modo da poter concentrare le nostre energie sulla band. L’obbiettivo è riuscire a pubblicare un album all’anno e poter organizzare il relativo tour: così facendo il gruppo potrebbe diventare economicamente autonomo. Vedremo come andrà a finire, ma questa è la nostra meta."

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