Dogma – Recensione: Dogma

Dovreste vederlo. Quando mia mamma coccola il suo gatto Federico, che fino a qualche mese fa chiamavamo “Miss” perchè entrambi convintissimi che fosse una femmina, lui è così eccitato e felice che comincia a fare le fusa e girare su se stesso, impreparato a tante attenzioni e felicità. Federico è semi-selvatico, e per lui/lei il calore di una casa, o di una carezza, sono gioie nuove ed inaspettate. Ecco, oggi io mi sento un po’ come Federico. Non perché i miei orientamenti siano stati – per ora – messi in una qualche discussione, ma perché di fronte ad un disco di debutto come quello delle Dogma sono così entusiasta che davvero non so da che punto cominciare. Compito reso ancora più arduo dalla totale aura di mistero e mancanza di informazioni che aleggia su questo quartetto al femminile. Di loro si narra senza certezze che siano messicane (ulteriori indagini sembrerebbero puntare al Canada, NdR), e che nel corso dell’ultimo anno abbiano aggiustato qualcosa all’interno della formazione: qualcuno dice che la cantante è stata sostituita, altri giurano che sia sempre la stessa che ha semplicemente cambiato stile e re-inciso alcuni brani. Ciò che è certo, invece, è che Lilith (voce), Lamia (chitarra), Nixe (basso) ed Abrahel (batteria) si presentano con l’aspetto di quattro giovani, avvenenti e truccatissime suore inneggianti alla libertà personale, con un messaggio ancora più forte e deciso rivolto al mondo femminile: come a dire che, sotto al face painting di rito, sembrerebbe esserci qualcosa di consistente e mai così attuale. Dal punto di vista prettamente discografico, per fortuna, possiamo contare su qualche certezza in più: la band infatti è accasata presso una label importante (MNRK è la più grande etichetta discografica indipendente negli Stati Uniti, distribuita da Universal Music Group in Europa) e prima dell’uscita di “Dogma” ha rilasciato sul proprio canale Youtube una serie di video che denotano una notevole cura produttiva, possibile indice della fiducia che alimenta questo progetto.

Ma quello che di più importante traspare da questi primi singoli è la straordinaria qualità del songwriting, pienamente confermata una volta che si mettono le mani sul full-lenght. Diciamolo subito, le band che hanno ispirato le nostre suorine birichine, che le chiamerebbe sabwayroll su Tic Toc, sono facili da individuare: impossibile allora non citare Ghost, Lordi, Powerwolf… ma il fatto che nel calderone bisognerebbe anche mettere Death SS, Goblin, Judas Priest, Christine Amphlett, Who, Doctor Who e Nightwish è una dimostrazione di come l’abilità di chi scrive per le Dogma, ammesso che il disco non sia tutta farina del loro eretico sacco, si spinge ben oltre una semplice opera di scopiazzatura. Mai come in questo caso non bisogna fermarsi alle apparenze, e fidarsi dell’intuito fallace: le prime note di “Forbidden Zone”, oltre ad anticipare l’eccellente capacità interpretativa di Lilith, sembrerebbero puntare ad un disco nato sulle nobili e forse ineguagliate tracce di “The Arockalypse” (2006). Il brano di apertura ha semplicemente tutto ciò che serve per conquistare al primo colpo: dai cori alle ritmiche pesanti, dall’assolo di chitarra vecchio stile ad una produzione che già si preannuncia importante, questi quasi cinque minuti scorrono come fossero una manciata di secondi… ed il bello deve ancora arrivare. Perché con “Feel The Zeal” fanno il loro ingresso organi e tastiere anni ottanta, ritmiche blues ed un assolo che sembra implorare Tobias Forge perché inviti le Dogma a supportarlo per i prossimi concerti. La canzone finisce con uno straordinario crescendo che rivela un’abilità compositiva non comune, e spiana la strada per una “My First Peak” che costituisce una delle migliori tracce del lotto: il ritornello arriva dopo appena un minuto e, neanche a dirlo, si ficca in testa fin dal primo ascolto. Il resto è un quadro che all’occorrenza sa farsi atmosferico, sexy e se volete pure un po’ Bon Jovi, con un eccellente lavoro di tastiere ed una cow-bell trionfante posta nel finale, che dà un commovente, irresistibile tocco heavy. E, giacchè siamo in tema, come non citare l’incalzante power sinfonico della successiva “Made Her Mine”: come le Dogma riescano a risultare credibili qualsiasi cosa suonino – compresi i blast-beat delle ultime battute – sarebbe materiale di studio da inserire nei programmi del Miur.

E così ci si addentra in quella che è la parte più pesante e gotica del disco, con i cari cori gregoriani che introducono i ritornelli di una “Carnal Liberation” dalle ritmiche di stampo NWOBHM ed una linea di basso granitica che sostiene il tutto, compreso lo splendido intermezzo strumentale, con un’autorevolezza d’altri tempi. “Free Yourself” non è solo una canzone che contiene una segmento centrale irresistibile, ma anche l’inno che riassume il messaggio delle quattro (probabili) sudamericane: sull’elegante e spiazzante intermezzo swing, credetemi, non so nemmeno più cosa dire, se non che il modo intelligente con il quale è stato riagganciato al resto è roba rara e molto complicata, che le Dogma – come molte cose diaboliche – fanno sembrare facile e dovuto. “Bare To The Bones” e “Make Us Proud” sono le tracce che più sembrano ispirarsi ai Ghost, è chiaro, anche se le qualità delle orchestrazioni, il forte tocco femminile e la potenza del messaggio portano le Dogma in un territorio a parte, e forse un filo più autentico. E poi la sezione strumentale, tecnica e degna del migliore sinfonico scandinavo, smarca in un certo senso il brano così che cantandone il chorus non si provano sensi di colpa. O, se li si provano, sono di quelli bellissimi ed irrinunciabili narrati da “Father I Have Sinned”: proprio quando pensavi che il disco si avviasse ormai alle sue fasi conclusive, cala l’ennesimo asso con il suo growl finale, il suo ennesimo chorus chevelodicoafare ed un video semplicemente magnetico che il contatore di Youtube quasi si consuma.

Nonostante il continuo richiamo alla sua immediata cantabilità, “Dogma” è anche un disco pieno di sorprese, anima e dettagli, arrangiato con un’abilità fuori dal comune e che riconduce ogni slancio, ed in questi quarantacinque minuti ce ne sono tanti ma mai troppi, ad un denominatore comune che al suo carattere genuinamente ruvido e heavy (“Pleasure From Pain” ha anche un assolo di tastiere di matrice prog) non rinuncia mai, anche quando la facilità d’ascolto farebbe pensare ad un disco di lasciva facilità. “Dogma”, il disco, è un debutto di qualità assoluta, straordinaria, per il quale l’attuale mancanza di informazioni alimenta ancora di più la curiosità e l’attesa. Un album che è il frutto di una scrittura geniale, di un’esecuzione solidissima e di un’immagine accattivante e costruita nel minimo dettaglio (basta leggere il tono irriverente e ieratico col quale rispondono ai commenti dei fan sui social) che si può assumere più volte al giorno, vicino o lontano dai pasti, andando alla ricerca dei suoi minuziosi dettagli o semplicemente abbandonandosi a questo infuocato e divertito tripudio di immagini provocanti, messaggi irriverenti e divina musicalità.

Etichetta: MNRK Music Group

Anno: 2023

Tracklist: 01. Forbidden Zone 02. Feel the Zeal 03. My First Peak 04. Made Her Minde 05. Carnal Liberation 06. Free Yourself 07. Bare to the Bones 08. Make Us Proud 09. Pleasure from Pain 10. Father I Have Sinned 11. The Dark Messiah
Sito Web: facebook.com/theofficialdogma

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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