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Dog Eat Dog – Recensione: Free Radicals

Qualcuno lo fa per soldi, altri per nostalgia dei bei tempi andati, altri per soddisfare una pressante richiesta dei fan. Qualcuno lo fa, forse, solo per sentirsi ancora una volta riconosciuto e vivo. Qualunque cosa abbia spinto i Dog Eat Dog ad incidere un nuovo disco, a distanza di diciassette anni dalla loro ultima uscita, deve essere stato qualcosa di speciale, vigoroso, indifferibile. Perché di tutti i ritorni in ambito hard rock / crossover, ed al di là degli effettivi esiti, questo è probabilmente uno dei più sorprendenti e curiosi. Per introdurre i nuovi ascoltatori alle imprese della band del New Jersey potremmo utilizzare l’efficace espressione di Wikipedia, che definisce “musica per le feste” l’originale mix di hardcore punk, rap, metal, ska, funk e quell’inconfondibile sassofono con il quale il gruppo nato da una costola dei Mucky Pup diede l’assalto alle classifiche a partire dalla metà degli anni novanta (il debutto “All Boro Kings”, pubblicato da Roadrunner grazie ad una segnalazione di Billy Graziadei dei Biohazard, è del 1994), acquistando una crescente popolarità che li avrebbe portati a collaborare con Ronnie James Dio e RZA del Wu-Tang Clan.

Dog Eat Dog - Lit Up (Official Music Video)

Con una formazione che oggi comprende due membri fondatori (John Connor alla voce, Dave Neabore al basso) e due membri rispettivamente di vecchissima e solo-vecchia data (Brandon Finley alla batteria e Roger Haemmerli alle chitarre), la prima fiamma accesa dai nuovi/vecchi Dog Eat Dog è “Lit It Up”, un brano new-york style con un bel riff di chitarra, una strofa groove/rap ed un ritornello disteso e cantabile che contribuisce alla soddisfacente riuscita del tutto. Probabilmente non si tratta di un inizio particolarmente scoppiettante né eccessivamente tagliente, ma di qualcosa che funziona nella sua semplicità ed in un certo senso aiuta a riprendere le fila di un discorso interrotto così tanto tempo fa. Un inizio che, soprattutto, presenta “Free Radicals” con disarmante onestà: questi siamo sempre noi, sembrano dire i nostri quattro, l’atteggiamento non è cambiato né la voglia di suonare insieme (testimoniata da una attività live che è continuata anche negli anni del silenzio discografico) ma gli anni sulle spalle ed il mondo sono cambiati, e questo qualche effetto deve pur avercelo. E così, in una coerenza raggiante, i brani successivi confermano l’andamento di un disco che, anche consapevole del peso anagrafico dei suoi esecutori, non ricerca la velocità e la pesantezza a tutti i costi, privilegiando invece la cura e la scansione dei testi (“Kin”), interpretati e vissuti con una sensibilità che – a tratti – sembrerebbe mutuare anche qualcosa dai patimenti del grunge.

Perfino la produzione è in un certo senso compassata: i suoni non esplodono e non ricercano mai la soluzione ad effetto, il disco suona morbido e rifinito anche nei suoi passaggi più groovy (“Never Give In”) lasciando sempre spazio ai cori ed ai racconti appassionati, ma mai eccessivamente melò, di Connor. Con la possibile esclusione di un paio di momenti più brevi ed intensi dal punto di vista ritmico (“Time Won’t Wait” e “Blvk Clvd”), “Free Radicals” è un album sorprendentemente ancorato a terra, ben scritto a cominciare dagli originali titoli di ogni traccia, più a suo agio quando alle prese con il reggae della deliziosa “1 Thing” o il chill di “Mean Str” che non quando costretto a spingere per inseguire i ricordi. Un lavoro che, proprio grazie alla sua totale mancanza di ansia e pressione, sa anche regalare momenti di notevole atmosfera (“Bar Down”) che non fanno rimpiangere i fasti di “Rocky”, “Isms”, “If These Are Good Times” o “Games”.

Zero nostalgia e zero goffaggine dunque, ma piena consapevolezza di quello che si deve fare per continuare a raccontare il proprio mondo (“@Joe’s”) lasciando che siano le storie degli altri, invece che la propria biografia, a parlare. Un disco pieno di buoni testi e messaggi intelligenti, che sa ricercare il momento con una combinazione che vede parole e musica lavorare bene insieme (“Looking Back”), come oggi – in tempi di catene di montaggio musicali – raramente si vede più fare. Considerato al netto di una pesante eredità fatta di fortunati singoli e milioni di copie vendute, questo disco funziona anche piuttosto bene: le sue canzoni, benchè spesso molto brevi, possiedono uno stile autentico, un’attitudine positiva, un’ironia inconfondibile alla Bloodhound Gang (“Zamboni”) ed una personalità unica (“Energy Rock”) che rendono i Dog Eat Dog riconoscibili per quello che sono e suonano oggi, permettendo di godere della loro musica in quel modo spensierato e polleggiato (“Man’s Best Friend”) che loro stessi traducono in canto con impareggiabile, immutata e navigata efficacia.

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