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Distant – Recensione: Heritage

Ormai è chiaro a tutti che il mondo del deathcore si è evoluto in un modo totalmente inaspettato ma molto intrigante. Tantissime band hanno abbandonato i soliti cliché abbracciando tecnicismi e brutalità che, rispetto alla primissima ondata, hanno ridato vita a un genere che si credeva perduto, iniettando la giusta dose di iniziativa, anche per chiamare a sé nuovi ascoltatori provenienti da altri lidi del metal estremo.

Di questo nuovo capitolo, possiamo incoronare Century Media come la casa discografica che più crede nel deathcore contemporaneo, con l’inserimento nel loro roster anche degli europei Distant. “Heritage” è infatti il loro debutto sulla major, ma è anche il loro terzo disco.

Se in altre realtà troviamo inserimenti synth e orchestrali, come per i compagni di scuderia Lorna Shore, i Distant preferiscono virare su tempistiche serrate accompagnate da break-down spezza ossa e gutturali profondi. Strutturalmente parlando, le loro canzoni si mischiano in diversi momenti con velati omaggi all’hardcore, come nel caso di “Grief Manifest”, anche se non mancano mai di inserire quella spruzzata in blast-beat per dare velocità e cattiveria. Anche i suoni si mantengono molto puliti e moderni, non ai livelli dell’ultima fatica dei Within Destruction, ma è innegabile come i loro connazionali non abbiano comunque influito su alcuni filler che si possono sentire in sottofondo.

Sicuramente il mix letale che hanno messo in atto in questo “Heritage” è da verificare in sede live, non è una musica che si esprime al meglio con l’ascolto in cuffia, quindi, essendomeli persi purtroppo questo inverno con i Despised Icon, spero vivamente di recuperare una loro data al più presto.

Altri due episodi molto significativi di questa lunga cavalcata -core (si tratta comunque di un disco da 47 minuti) li possiamo trovare in “Argent Justice”, canzone di sette minuti con all’interno ben 16 ospiti provenienti da tutto il meglio che il mondo deathcore può offrire. Si sentono bene tutti i vari featuring e durante l’ascolto si percepisce una dinamicità incredibile, grazie all’amalgama di diverse sfaccettature di uno stesso genere in un’unica canzone. Risultato strepitoso. L’altro momento importante è proprio la title track, che vede come ospite il famigerato Will Ramos dei sopracitati Lorna Shore, che mette nuovamente in luce quanto sia incredibilmente duttile con la sua voce e il suo stile ormai inconfondibile in tutto il mondo metal.

Mi soffermo poi sulla copertina, probabilmente una delle più azzeccate degli ultimi tempi. Il portoghese Lordigan PedroSena compie un’opera simil-anime, che rispecchia in pieno sia lo stile della band che l’atmosfera della musica che sprigiona “Heritage”. A parer mio solo l’artwork vale l’acquisto fisico del prodotto.

Tirando le somme di un disco vario e diversificato, posso tranquillamente dire che siamo di fronte all’ennesima dimostrazione di come si deve suonare un genere che ai più non piace, non tanto perché noioso o fine a sé stesso, ma perché ci si ricorda solo delle frange copri viso e occhi di ormai venti anni fa. Posate la spada del tvue metal e godetevi un po’ di sana brutalità 2023.

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