Dirty Honey – Recensione: Can’t Find The Brakes

I Dirty Honey sono ritornati con il loro secondo album in studio intitolato “Can’t Find The Brakes”, e lo fanno davvero in grande stile, con un lavoro molto atteso e dalle altissime aspettative. Innanzitutto diciamo che la band questa volta è volata in Australia per lavorare nuovamente con il produttore Nick DiDia, il debutto infatti li aveva visti collaborare con lui tramite Zoom a causa della pandemia e possiamo dire che, soprattutto a livello di suoni, si sente molto la differenza. Il gruppo, forte di svariati tour con band di grande importanza come Guns N’ Roses, Alter Bridge e altre, è riuscito a costruirsi una reputazione  valida e credibile, che ha permesso loro di intraprendere dei tour solisti che li ha portati più volte anche dalle nostre parti, e ha  fatto in modo di affinare le proprie abilità sia come band che davanti a un pubblico. Il titolo dell’album è stato scelto come riferimento alla loro costante attività live, al non essere mai fermi in un posto solo e al vivere giorno per giorno in città diverse, come in una folle corsa su un treno a tutta velocità, senza freni. Ma li vogliono davvero premere e fermare questo incredibile e avventuroso viaggio?

Si inizia subito in grande stile con “Don’t Put Out The Fire”, dal riff iniziale  che rimanda a un mix tra Ac/Dc e ZZ Top, che si evolve in un esuberante e trascinante hard bluesy rock, in cui la voce di Marc LaBelle è in puro stato di grazia, mentre la più funky “Won’t Take Me Alive” è un altro brano che entra subito in circolo per non abbandonarti più. Non da meno l’intrigante e groovy “Dirty Mind”, che cattura subito l’attenzione e rimanda all’esordio e alla spontaneità di quei pezzi molto influenzati dal vibe degli anni settanta, a cui segue l’intensa e cadenzata ballad “Roam”, piena di pathos ed enfasi che a tratti ricorda i Greta Van Fleet più introspettivi e malinconici. Subito dopo si ritorna nella carreggiata del rock’n’roll con la frizzante “Get A Little High”, di chiara scuola Black Crowes, e alla seconda ballata dell’album, “Coming Home (Ballad Of The Shire)“, dove bastano una semplice  chitarra acustica e voce per emozionare. La title track, già nota ai più perché scelta come uno dei singoli, è caratterizzata da un ritmo travolgente, in costante crescita che si imprime a fuoco nella nostra testa; non da meno la successiva “Satisfied”, che distilla energia da ogni nota e sfocia in ritmiche vibranti e un assolo centrale davvero azzeccato. In chiusura troviamo la più ruffiana e frivola “Ride On” e “You Make It All Right”, dove i ritmi sfumano e le atmosfere si sciolgono delicatamente in un’altra ballata piena di sentimento.

I Dirty Honey con questo come back discografico sono riusciti a mantenere le promesse e con quel mix inebriante di Ac/Dc, Black Crowes e Aerosmith a forgiare dieci composizioni irresistibili e di altissima qualità. L’album non ha nessun cedimento o filler che dir si voglia, anzi è un piacere ascoltarlo dall’inizio alla fine. La band è davvero pronta a spiccare il volo e, prima che diventi la prossima next big thing, assicuratevi di fare vostro questo album e di ascoltarlo a tutto volume e senza freni.

Etichetta: Dirt Records

Anno: 2023

Tracklist: 01. Don’t Put Out The Fire 02. Won’t Take Me Alive 03. Dirty Mind 04. Roam 05. Get A Little High 06. Coming Home (Ballad Of The Shire) 07. Can’t Find The Brakes 08. Satisfied 09. Ride On 10. You Make It All Right
Sito Web: https://www.dirtyhoney.com

eva.cociani

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Amo la musica a 360 gradi, non mi piace avere etichette addosso, le trovo limitanti e antiquate, prediligo lo street, il glam e anche il goth, ma non disdegno nulla basta che provochi emozioni. Ossessionata dalle serie tv, dalla fotografia, dai viaggi e dai live show mi identifico con il motto: “Live the life to the fullest”.

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