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Dirty Honey: Live Report e foto della data di Milano

Nel loro tour a supporto del nuovo, bellissimo album “Can’t Find The Brakes”, i Dirty Honey sono passati l’otto marzo all’Alcatraz di Milano, suonando sul palco più piccolo. Noi, ovviamente, non potevamo non essere presenti!

PILLHEADS

Il compito di aprire la data dei Dirty Honey è stato affidato ai Pillheads, band milanese dedita ad un rock cantato in italiano, che partendo da basi seventies, arriva a sonorità ben più moderne e attuali, finendo dalle parti di band quali Black Keys e affini. Tecnicamente preparati, con un buon impatto sonoro e parti strumentali a tratti interessanti (come negli scambi di assoli fra i chitarristi durante il primo brano), hanno palesato non indifferenti problemi a livello vocale. Non sappiamo se a causa di una serata storta, ma se così non dovesse essere, sarebbe il caso di lavorare a fondo su questo aspetto.

DIRTY HONEY

In un Alcatraz che man mano si andava riempiendo, a qualche minuto alle 21, ecco arrivare sul palco gli headliner della serata, da Los Angeles i Dirty Honey! I quattro ragazzi californiani hanno messo in chiaro fin dall’inizio, con “Can’t Find The Brakes”, il mood della serata: hard rock sporcato di blues, fedele alla lezione dei grandi del passato, senza però scimmiottarli, aggiungendo anzi una bella ventata di freschezza, il tutto suonato con attitudine e grande perizia. In effetti la scaletta è stata incentrata principalmente sulla nuova uscita, com’è giusto che sia, anche se l’ottima esecuzione di un brano come “California Dreamin’” dimostra quanto sia valido tutto il loro repertorio. Un bel segnale l’abbiamo notato su “Get A Little High”, dove la band si è buttata in una lunga improvvisazione, in cui il chitarrista John Notto (peraltro con un look che più Jimmy Page di così non si può) ha strapazzato la sua Les Paul dimostrando le sue notevoli capacità, seguito a meraviglia dal bassista Justin Smolian, con giri che seguivano le orme di mostri sacri d’altri tempi quali Jack Bruce e Tim Boggert. E questo è un segnale che la band cresce ed è sempre più padrona delle proprie potenzialità ed è sicura di poter trasmetterle al pubblico nelle modalità preferite, aldilà della mera esecuzione dei brani così come sono nelle versioni in studio. Ma in generale la sezione ritmica, incluso il nuovo batterista Jaidon Bean, ha funzionato a meraviglia, sia nei momenti più schiettamente hard rock (“Scars”, “Don’t Put The Fire”) che in quelli più funk (“Tied Up”). L’intermezzo acustico è iniziato con una sentita “Coming Home”, dove il cantante Marc LaBelle ha spiegato che l’Italia è la sua seconda casa, essendo vissuto per un periodo a Firenze (infatti nelle presentazioni qualche parola in italiano la usa), per proseguire con la cover di “Honky Tonk Women” dei Rolling Stones in versione country – bluegrass. LaBelle è stato un autentico mattatore per tutta la serata, sia per la sua straordinaria voce che nell’intrattenere il pubblico, come sulla ballad “Another Last Time”, dove, passando per la sala, è arrivato prima al mixer e poi al banco del bar, cantando all’opposto del palco, o per l’inevitabile dedica a tutte le presenti (era pur sempre l’8 marzo!) di “Heartbreaker”. “When I’m Gone” ha chiuso il concerto prima degli acclamatissimi bis che, con la conclusiva “Rolling 7s” hanno fatto ballare tutto il numeroso pubblico dell’Alcatraz, composto da gente di varie età, da ragazzi giovani a vecchie cariatidi come il sottoscritto, uniti nell’entusiasmo per questa nuova, giovane speranza per il rock chiamata Dirty Honey. Alla faccia di chi preferisce farfugliare sui social frasi sconnesse sulla morte del rock, invece di muovere il deretano e andare a scoprire talenti come questi.

I ragazzi californiani sono senz’altro, in ambito classic hard rock, la giovane band del momento, non manca loro nulla: suonano col giusto sound e ottime capacità, hanno l’immagine, il senso di come stare sul palco e soprattutto i brani, scritti benissimo, che riescono a stamparsi in testa fin dall’inizio. Rispetto alle altre volte che abbiamo avuto occasione di vederli dal vivo, abbiamo notato come siano sempre più sicuri di sé e padroni della situazione in cui si trovano: sempre più headliner, in sostanza. In un genere come questo, la vera prova del nove è il palcoscenico, in cui non si può barare: è lì che si vede se una band è vera o no. E i Dirty Honey hanno ampiamente dimostrato di esserlo da ogni punto di vista, con una crescita continua. Se continueranno a confermare quanto di buono abbiamo visto finora, sia su disco che dal vivo, il loro destino è di diventare veramente grandi. E a nostro avviso, in questo momento, lo meritano come pochi.

Setlist:

01. Can’t Find The Brakes

02. California Dreamin’

03. Heartbreaker

04. Get A Little High

05. Scars

06. Dirty Mind

07. Tied Up

08. Coming Home (Ballad Of The Shire)

09. Honky Tonk Women

10. Don’t Put The Fire

11. Satisfed

12. No Warning

13. Ride On

14. The Wire

15. Another Last Time

16. When I’m Gone

17. Alright

18. Won’t Take Me Alive

19. Rolling 7s

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