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Dimmu Borgir – Recensione: Enthrone Darkness Triumphant

Tanto amati dai fan quanto odiati dai puristi, i Dimmu Borgir hanno certamente avuto un peso nello sviluppo di una costola del black metal, quella che lo dipinge in vesti sinfoniche ed eleganti, uno stile elaborato dal gruppo norvegese con assoluta personalità. Resi troppo spesso oggetto di paragoni sterili e fuorvianti con realtà del tutto diverse (leggasi Cradle Of Filth), i nordeuropei sono stati protagonisti di un percorso di crescita costante, dagli esordi su rive ben più epiche e folcloristiche, alla magnificenza neoclassica degli ultimi lavori.

Di fronte a realtà simili, il pubblico black metal all’epoca si divise tra chi voleva il movimento legato ancora a suoni scarni, terrorizzanti a ancorato al nichilsmo lirico e chi invece ne auspicava l’evoluzione. Siamo nel 1997 e la macchina del music business si era già messa in moto per carpire i lati più romantici e teatrali di questo universo musicale che solo pochi anni prima animò la cronaca nera. Non è un caso che il colosso Nuclear Blast intuì le potenzialità dei norvegesi, che vivevano il mutamento del genere irrororandolo di melodia e suadenti parti sinfoniche.

“Enthrone Darkness Triumphant”, terzo studio album della band, è un episodio spartiacque e diventò una fonte di influenza per molti continuatori. La matrice squisitamente black è più che mai presente e vicina al sound ancora ruvido dei primi due lavori, tuttavia gli elementi melodici, che prima consistevano in semplici passaggi acustici e accompagnamenti di pianoforte, diventano nevralgici, fieri e potenti.  La raffinatezza e la varietà esecutiva che avrebbero distinto la parabola dei nostri dal successivo “Spiritual Black Dimensions” (1999) in avanti non ci sono ancora, ma “Enthrone Darkness Triiumphant” resta un grande album, forse non il migliore dei Dimmu Borgir ma di certo il più rappresentativo.

Sfidiamo chiunque a non riconoscere l’imponente passaggio di tastiere che apre “Mourning Palace”, ancora oggi un inno della band che dal vivo continua a non fare prigionieri, forte di passaggi inaspettatamente ariosi e di presa. Eppure il black metal melodico della Fortezza Oscura resta lugubre e funereo, confermato dalla magniloquenza di “Spellbound (By The Devil)”, un pezzo arcigno ma sempre interessato da passaggi sinfonici profondi ed eleganti. Le tastiere di Stian Aarstad coprono un ruolo fondamentale in episodi come la sognante e misteriosa “In Death’s Embrace” o nel torpore finale di “A Succubus In Rapture”, altro highlight insieme a “Tormentor Of Christian Souls”. Tuttavia, il bello di questo album è che non vi è un brano che passi inosservato, anche quando i Dimmu Borgir digrignano i denti e tirano fuori le armi. “Relinquishment Of Spirit And Flesh” e “Master Of Disharmony” sono a tutti gli effetti due brani di black metal veloce e maligno, dove l’ugola di Shagrath vomita tutta la sua rabbia.

Intenso, disturbante e drammatico, “Enthrone Darkness Triumphant” resta una gemma nera di grande bellezza a diciotto anni dalla sua uscita.

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