Dillinger Escape Plan: Live Report della data di Bologna

Se ascoltare un album dei Dillinger Escare Plan equivale a scoperchiare una tempesta, assistere a un loro live è come buttarsi nell’occhio del ciclone. I detriti, da dentro, colpiscono più duri, e le schegge feriscono più in profondità. Eppure, il disegno caotico prende forma ancora meglio. E’ difficile a credersi, ma anche nella dimensione live una proposta dalla complessità, intelligenza, sofisticatezza e violenza dei loro album riesce a trovare un esito praticamente perfetto. Con la differenza che la ferocia e la frenesia raggiungono un livello ancora più elevato, rendendo ancora più impressionante l’impatto sullo spettatore. Resa tecnica, impatto scenico e energia profusa concorrono equamente a imporre gli autori di ‘Calculating Infinity’ e ‘Miss Machine’ anche come uno dei migliori live in circolazione, a prescindere dalle considerazioni di genere. L’intro è un presagio dell’impatto imminente, e fino alla fine il combo non accenna a moderare la terrificante offensiva.

Che i Dillinger non siano semplicemente un gruppo metal tra tanti è cosa evidente a tutti: se il repertorio musicale tritato e assemblato con personale maniacalità ha vastità immensa, la frenesia senza compromessi è però tipicamente hardcore; e se la mano è quella di musicisti versatili, dai tempi jazzati e complessamente strutturati e dalle maniere sofisticate, l’estetica e il messaggio vanno aldilà dei cliché dei soliti sottogeneri metal, attingendo a suggestioni post-urbane e intimistiche. A riprova di questo, il pubblico: che non appartiene solo a questo o quel genere, ma è variegato e abbondantissimo. Molti spettatori arrivano specificamente per l’act degli opener Poison the Well, band emo/hardcore che testimonia la continuità dei Dillinger anche con una scena almeno in teoria molto distante da quella metal (non a caso, sugli sheet vengono definiti come un gruppo “noise”). Ma al cambio di gruppo, neanche il conseguente refresh degli spettatori cambia la situazione. I Dillinger Escape Plan hanno un’identità forte e che trascende i generi, riuscendo ad attirare un pubblico vasto e trasversale. Il loro suono è personale e suggestivo, i cui effetti sono ben sostenuti da una buona acustica.

Se l’intro costruisce l’atmosfera d’obbligo, ‘Panasonic Youth’ apre le danze con un impatto impressionante quanto perfetto. Non si fa in tempo ad applaudire e si prosegue con ‘Sunshine the Werewof’, egualmente granitica e con un refrain che contagia immediatamente il pubblico, che festeggia a suon di mosh e stage diving la performance musicale e coreografica. Nel corso dell’intera scaletta, l’iperattività della band sul palco coincide con l’evolversi della musica, che mescola pezzi dal recente ‘Miss Machine’ e classici del repertorio. Brani come ‘Baby’s First Coffin’ e ‘Setting Fire to Sleeping Giants’ scorrono come tempeste i cui fulmini sembrano elettrizzare i musicisti. Classici come ‘When Good Dogs Do Bad Things’ (scritta col poliedrico Mike Patton, loro fan e sostenitore) confermano la statura vocale non comune del nuovo acquisto Greg Puciato, capace di sostenere anche dal vivo una performance che va oltre ben oltre quella del precedente vocalist, unendo una dose di versatilità alla mera e comunque devastante forza bruta. La prova più impressionante è però quella di Ben Weinman, capace di coniugare una performance chitarristica identica alla controparte registrata e arricchirla di variazioni se possibili più complesse e audaci, scandendo e emulando nel contempo i turbini della musica: per tutta la durata dello show si agita in maniera ossessiva, scagliandosi da una parte e l’altra del palco, sferzando la chitarra come una spada o come un mollone da palestra, arrampicandosi a più riprese sugli amplificatori e dimenandosi a ritmo delle proprie stesse prodezze ritmiche.

Dillinger Escape Plan è un ensemble di musicisti dal talento e dalla ferocia più unica che rara, e la loro spaventosa performance live conferma lo statuto tecnico e artistico che sono riusciti a costruire in pochi, ma decisivi album. La loro carriera discografica è terrificante quanto una singola serata sul palco, e l’invito di chi scrive è quello di frequentarli assiduamente su entrambi i fronti.

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