DGM: “L’arma più affilata è l’onestà” – Intervista a Mark Basile

Con i DGM freschi di pubblicazione del nuovo album “Life”, non potevamo lasciarci scappare l’occasione di scambiare due chiacchiere con Marco “Mark” Basile, cantante della formazione power progressive italiana dal 2008. Un’intervista che, nelle risposte di Mark, riflette pienamente quello spirito di umanità e coesione che abbiamo sottolineato nella nostra recensione. E così, tra domande “di rito” ed altre (speriamo) meno prevedibili, ci siamo anche ritrovati a parlare di survival horror, musicassette e prog degli anni settanta… buona lettura!

Ciao Mark, come stai? Se l’ascolto di “Life” può essere un indicatore, direi piuttosto bene.

Tutto bene Grazie a te ed un saluto a tutti i lettori di Metallus.

“Life”, appunto: mica un titolo buttato lì. Come sono cambiate le vostre vite ed il vostro modo di fare musica, dopo “Tragic Separation” e la pandemia?

Certamente la pandemia ha cambiato davvero ogni cosa, se conti che praticamente io ho registrato le voci di “Tragic Separation” nello studio di Simo (Mularoni, NdR) ed esattamente 15 giorni dopo ci hanno chiuso completamente. Ho fatto a tempo giusto a tornare a Napoli, ma già durante le pause delle registrazioni guardavamo sgomenti a quello che succedeva mentre noi ci occupavamo di ultimare TS. “Life“, è incentrato esattamente su tutte le emozioni, che la chiusura del lockdown ha generato. Noi musicisti ci siamo interfacciati con l’impossibilità di comunicare col mondo esterno durante i live, ed è stata tosta; infatti, “Tragic Separation” non ha avuto praticamente promozioni al di là di una manciata di date, l’unica cosa che ci restava da fare era fare scudo contro tutte le negatività contingenti rivolgendoci all’unica cosa che davvero ci tende una mano in questi casi, vale a dire la scrittura.

Mi ha colpito il fatto che, nella presentazione del disco, abbiate detto che la band non si sente ancora appagata ma – al contrario – continua il suo viaggio alla ricerca di uno stile ancora più maturo e personale. “Stay hungry”, diceva Steve Jobs. Come si tiene accesa la fiammella?

La “fiammella” credo che si tenga viva triggerando la nostra creatività continuamente, mettendoci fuori dalle zone di confort a cui siamo oramai abituati ed esplorando nuovi territori che sono in sé sintesi delle nostre radici e testimonianza della nostra evoluzione.

Nella recensione del disco mi sono soffermato sulla sua dimensione umana, sulla sua approcciabilità che abbatte – con intelligenza – le barriere del prog: si tratta di una scelta stilistica ragionata o che si è semplicemente manifestata in fase di composizione?

Dici molto bene secondo me, ma come ogni cosa all’interno dei DGM, è un frutto molto spontaneo che abbiamo colto immediatamente. Oltretutto credo che sia la scelta assolutamente più sincera che un artista possa fare, esprimersi onestamente mostrandosi nella propria fragilità, nella propria forza, nella propria voglia di comunicare. Credo anche che ci aiuti molto ad entrare in empatia con le persone che ci ascoltano e ci seguono con tanto affetto.

Storytelling, narrazione… parole abusate ma che nel caso del vostro nuovo disco rappresentano, a mio giudizio, un chiaro valore aggiunto: come si cattura l’attenzione di un ascoltatore sempre più bombardato e distratto?

Anche qui credo di potermi riallacciare a quanto detto prima, di questi tempi una delle armi più affilate per distinguersi dal “bombardamento” mediatico a cui siamo sottoposti è la sincerità, così come lo sono l’onestà e l’etica con cui si conducono i propri lavori. Parlare sinceramente di sé provando a condividere le emozioni profonde che ci hanno portato ad essere ciò che siamo ora, credo sia esattamente ciò che ci si aspetta da una band oramai, possiamo dirlo, adulta.

Agile streaming, mai domo Compact Disc™ o voluttuoso vinile. Cosa scegliete?

Ah, io di sicuro sono figlio della MUSICASSETTA ed in seguito chiaramente del CD, ma posso dire che ho iniziato a collezionare vinili per puro feticismo anche se – ahimè – spesso quando faccio jogging o sono in macchina cedo alla comodità dello streaming.

Ho scritto che in questo disco “non c’è nulla da capire”, intendendo che il suo linguaggio è sorprendentemente terreno ed universale: un risultato rassicurante e per nulla banale, soprattutto per chi suona progressive.

Vedi, in realtà credo che occuparsi di progressive, se guardiamo la profonda lezione che i ’70 ci hanno lasciato, comporti anche l’utilizzo di metafore letterarie o immaginifiche per descrivere assolutamente il presente con grande umanità e sincerità.

Tre aggettivi con i quali definire il vostro nuovo lavoro. Uno dei quali sorprendente, inaspettato, rivelatore.

Eh bella domanda… Credo RIVELATORE nella misura in cui ci definisce assolutamente nel tempo e nello spazio: potrei aggiungere ONESTO e VITALE, proprio per le questioni che tentavamo di dipanare nelle domande precedenti.

Parliamo della copertina, graficamente semplice ma in realtà caratterizzata da una simbologia piuttosto forte: il lucchetto, il fiore, la ruggine…

Eh, un piccolo capolavoro a mio modo di vedere. Ci sono, come in tutte le cose, molte chiavi di lettura e credo che ognuno di noi all’interno della band abbia dato un peso personale a quello che ne viene ritratto. In linea generale, direi che l’immagine descrive benissimo il periodo da cui siamo usciti post lockdown, quanto si sia perso durante e quanto ci si sia sentiti nuovamente vivi e rinnovati dopo. In più ti aggiungo che, essendo un appassionato giocatore di survival horror, direi che ha un sacco di “The Last Of Us” all’interno, a livello grafico e tematico… quindi per me una vera meraviglia!

Il “power progressive melodico” è un genere insidioso, una terra di mezzo alla quale l’Italia ha dato – e continua a dare – un contributo generoso: com’è cambiato il vostro approccio alle sue sonorità, nel corso degli anni?

Sicuramente abbiamo tratto dal concetto progressive quello che secondo me è più insito nella parola stessa, ovvero la sua capacità di far convivere elementi diversi e radici diverse al proprio interno, per dare forma a qualcosa di nuovo ed inascoltato; certo, a volte ci si riesce meglio, altre peggio, ma credo che ci sia sempre stato questo ad animare i nostri dischi nel corso del tempo, alimentando il nostro “trademark” con elementi sempre diversi che tenessero in primis la nostra attenzione creativa sempre accesa.

Io ho citato Queensryche e Queen… e più ascolto il disco, meno mi pento di averlo fatto. Che cosa ascoltate in questi giorni?

In maniera molto sincera ti dico che all’interno della band ognuno ascolta cose che ci accomunano ma anche cose molto diverse. Certamente i Queen come dicevi, ma anche Kansas, Toto, Yes, Mr. Big e Jorn mettono d’accordo tutti… ma anche cose collaterali al genere quali Michael Jackson, Tori Amos, Bjork, Intersphere, e molti altri che potrei citare.

Ogni disco è una storia a sè, immagino, che tuttavia non può non risentire dell’attualità e delle vendite. Che cosa rappresenta “Life” all’interno della vostra discografia? In particolare, che cosa aggiunge e che cosa toglie rispetto al passato?

In termini di “togliere ed aggiungere” non saprei ragionare, lo dico con grande onestà, poiché noi guardiamo molto a ciò che genera le emozioni che poi creano un disco, siamo concentrati su quello. Per quanto riguarda l’iter dell’album, sicuramente tutti speriamo che lo si possa promuovere a dovere con un bel numero di concerti in giro per il mondo e per il nostro Paese. Abbiamo fatto un bellissimo live qualche giorno fa a Roma, una sorta di secret show unplugged, cosa inedita per la band, ci siamo divertiti molto e diciamo che per noi è stato un bel test, chissà che qualcosa di più continuativo e concreto non possa nascere da questa esperienza.

“Life” è anche un disco di estremi, di momenti intensi e ritmicamente brillanti così come di altri più intimi e distesi. C’è un brano in scaletta che ha avuto una genesi in qualche modo differente?

Credo che, per quanto differenti possano essere le genesi, l’iter compositivo sia sempre lo stesso: Simo scrive il 90% dei brani, che poi passa in preproduzione a noi ed ognuno cerca ove possibile di migliorare mettendoci le proprie influenze. Ma ti posso assicurare che le preproduzioni di Simo sono già meravigliose da sole!

Che cosa bolle in pentola per il 2024? Un anno che, se non sbaglio, vedrà i DGM tagliare il traguardo dei trent’anni di carriera…

Sì, un bel traguardo direi, anche se posso parlare della “mia” parte di carriera con i DGM, ovvero dal 2008 ad oggi. Posso dirti che sin ora sono stati 15 anni (quasi 16) meravigliosi e mi auguro che ce ne siano altrettanti pieni di musica condivisa, felicità, risate e tanti viaggi. A proposito di questo, non possiamo ancora dire nulla ma credo proprio che non staremo molto fermi nel 2024…

Mark, grazie per il tuo tempo e per la tua disponibilità! A te la chiusura con un saluto per i lettori di Metallus. E che sia un saluto davvero speciale, altrimenti si lamentano con la redazione ed è un problema.

Grazie a te e a tutti i lettori di Metallus, spero davvero che questa chiacchierata abbia allietato la vostra giornata e mi raccomando, ci si vede in giro ai concerti, non perdeteli! 😀

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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