Devotion: “Videostreet” – Intervista alla band

Li avevamo lasciati nel 2011 con l’interessante crossover melodico di “Venus”, disco già professionale e up-to-date. Li ritroviamo oggi ancor più lanciati nel panorama alternativo, nazionale e non. Di chi stiamo parlando? Dei vicentini Devotion, ovviamente! Se ancora non li conoscete, potete rimediare in fretta e nel miglior modo possibile, col loro nuovissimo “Videostreet”.

Ciao ragazzi, bentornati su Metallus. Il vostro nuovo album, “Videostreet”, è approdato da poco sugli scaffali dei negozi, ma prima di dedicarci a una sua approfondita analisi, rinfrescateci la memoria su chi/cosa sono attualmente i Devotion.

Principalmente siamo un gruppo di amici da Vicenza che dal 2005 porta avanti una passione comune per la musica riuscendo ancora a divertirsi e che sente di avere molto altro da dare.

Prima di tutto il titolo. Che senso/significato ha la scelta del termine “Videostreet”?

Con questo termine volevamo provare a descrivere come per noi è cambiato il modo di vivere e di essere underground. Basandoci sulla nostra esperienza, sia personale che come band, abbiamo notato che negli ultimi anni le nuove generazioni sono più legate ai video in rete che all’esperienza live, da sempre cuore pulsante di questo movimento.

A vostro parere quali sono le maggiori differenze fra il nuovo album e il precedente “Venus”, dal punto di vista compositivo e tematico?

Partendo dai testi e dai temi trattati abbiamo intrapreso un percorso meno introspettivo e dai messaggi più chiari e diretti. Contemporaneamente, a livello strumentale, abbiamo tentato di tradurre in musica la nostra maturazione dovuta alle esperienze vissute finora.

Se doveste descrivere “Videostreet” con un solo aggettivo, quale sarebbe?

Maturo.

In sede di recensione ho avuto modo di notare determinati punti fermi, nell’economia del vostro sound, come una certa vicinanza al classico Deftones sound, ma anche alla frangia meno esasperata del post-core, come i Thursday. Quali sono state, in questo senso, le tappe più importanti e decisive della vostra formazione musicale, sia come musicisti che come ascoltatori?

Aver avuto la fortuna di vivere a pieno gli anni ‘90 e i relativi fenomeni esplosi in quel periodo ci ha sicuramente aiutato a trovare molti punti di riferimento e ispirazione, in particolar modo in molte band californiane, molte delle quali legate alla scena di Sacramento. Ci riteniamo inoltre molto aperti alla musica in genere e pensiamo che anche questo possa aver influito molto su di noi e sul nostro modo di far musica.

Pocanzi ho nominato i Deftones, ed è ancora notizia recente la triste scomparsa dello storico bassista Chi Cheng. Personalmente l’intera vicenda, e soprattutto il risvolto benefico di One Love For Chi, mi ha colpito parecchio, spingendomi a riflettere ancora una volta sul grandissimo potere di aggregazione della musica. Cosa ne pensate?

E’ nostra ferma convinzione che la musica, se fatta con il cuore, possa portare a ben altri risultati anche in termini di solidarietà e aiuto concreto. Nel nostro piccolo, uno degli episodi più significativi è stato partecipare all’ UNDERGROUND FOR BENEFIT, che abbiamo organizzato nel 2010 con altre band amiche, in seguito alla tragica alluvione che ha colpito la nostra città. E’ stato bello vedere come, oltre alla riuscitissima serata di Vicenza, molte altre persone a noi care si siano mosse per la nostra stessa causa, organizzando e partecipando ad altri eventi simili.

D’altra parte è anche vero che la musica, e più in generale l’arte, rappresentano quasi una forma d’immortalità (forse la più radicata e spontanea, perché legata al gusto estetico e non ai dogmi), attraverso la quale l’artista entra davvero a far parte della memoria condivisa di una comunità, trascendendo i limiti del tempo. Questo concetto potrebbe essere, secondo me, anche una buona traduzione della parola Devotion, non trovate?

La parola devozione rappresenta per noi il modo di vivere le nostri passioni alle quali ci dedichiamo anima e corpo, e se mai dovessimo lasciare anche solo la minima traccia a qualcuno ne saremo ben felici…

Ritorniamo all’album. Leggo dalla nota stampa che è stato registrato agli Hate Studio da Maurizio Baggio e masterizzato a Chicago da Carl Saff. Il sound finale è davvero potente e cristallino, e mi è piaciuto soprattutto il timbro pieno e ruvido delle chitarre. Che tipo di set-up avete utilizzato, a livello di strumentazione?

Innanzitutto cogliamo l’occasione per ringraziare entrambi per l’ottimo lavoro svolto! Per questo disco abbiamo ricercato un suono più naturale e “grezzo” anche utilizzando amplificatori di vario tipo e non simulandone i suoni in digitale, nella ricerca di un sound più personale.

Complessivamente quanto sono durati i lavori di registrazione?

All’incirca una quarantina di giorni, fra riprese, mixaggio e mastering.

Il lavoro in studio è un aspetto che vi piace e vi stimola, o preferite comunque la dimensione live?

Per noi i concerti vengono ancora prima di tutto, anche perchè è li che dimostri veramente le qualità di un brano e ti metti realmente in gioco. Entrare in studio è comunque emozionante perchè concretizzi tutti gli sforzi che hai fatto.

Una piccola curiosità riguardo ai testi. Cos’è voi la Wolf Theory che citate nell’opener?

Si tratta di una metafora di qualcosa che ci è stato trasmesso da alcune band che ci hanno influenzato, ispirato e segnato profondamente. Abbiamo preso come esempio i lupi: il leader non s’impone agli altri per divenire tale ma viene riconosciuto e rispettato dal branco stesso; allo stesso modo queste band non hanno mai voluto imporsi come capi incontrastati di una scena o cercato di  dettare schemi e regole da seguire, ma sono state semplicemente fedeli a ciò che volevano essere e per questo son divenute degli esempi per noi.

A livello di comunicazione e marketing quanto ritenete importanti il web e i social-media?

Come per tutte le cose, dipende dall’uso che se ne fa. Noi siamo a favore di gran parte dei media, purchè venga rispettata la dignità e l’autenticità di quello che la band vuole promuovere.

Recentemente band sempre più piccole riescono a produrre album e video sempre più professionali e competitivi. Questa situazione stile do-it-yourself ha molti lati positivi, ma d’altro canto la proliferazione incontrollata di uscite e materiale genere comunque ridondanza e rumore comunicativo, rendendo spesso difficile, per l’ascoltatore, prestare la giusta attenzione alle cose, e godersele fino in fondo. Cosa ne pensate?

Probabilmente l’argomento è fin troppo vasto per discuterne ed arrivarne a capo….quel che ti possiamo dire, riconduce al discorso sulla veridicità di una band. Credo sia poi fondamentale anche l’approccio che l’ascoltatore stesso dovrebbe avere. troppe volte ci capita magari di notare che moltissimi soprattutto fra i più giovani non hanno un proprio gusto e punto di vista… si ascolta un gruppo o un cantante perché bisogna e perché lo ascolta la massa. Noi siamo un po’ contro tutto ciò diciamo…

Consigli per gli acquisti. Quali sono le uscite recenti che state ascoltando più spesso e che vi hanno maggiormente colpito?

Tutti e 4 siamo stati particolarmente colpiti dall’ultima fatica dei Katatonia “Dead End Kings”, ma anche da molte altre come ad esempio “The Great Escape Artist” dei Jane’s Addiction, uscito a fine 2011, o ancora l’ultimo dei Soundgarden.

Ora che “Videostreet” è nei negozi, quali sono i vostri programmi per l’immediato futuro?

Suonare più date possibili in Italia e all’estero…

Bene, il fuoco di fila delle domande è terminato. Ringraziandovi per la vostra disponibilità e cortesia, vi lascio lo spazio dei saluti.

Siamo noi a ringraziarvi per lo spazio che ci avete concesso, vorremmo inoltre ringraziare in primis tutto lo staff e gli amici di Bagana Records/Booking che tanto ci hanno dato in questi anni e che continuano a credere in noi, tutte le band che abbiamo avuto modo di conoscere finora e tutte le persone che supportano la scena underground, soprattutto andando ai concerti.

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