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Devin Townsend – Recensione: Physicist

Devin Townsend Physicist Cover Album 2010

All’interno della vasta scena Metal, Devin Townsend rappresenta l’artista più poliedrico in circolazione. La sua vena creativa ha partorito una molteplicità di progetti che nel corso degli anni hanno assecondato il suo genio irrequieto. Se gli Strapping Young Land rappresentano il volto più aggressivo, oscuro e algido del musicista canadese, i dischi pubblicati sotto il nome di Devin Townsend e The Devin Townsend Band presentavano una eterogeneità di influenze che spaziava dalla musica d’ambiente al Progressive Rock, momenti intrisi di grande spiritualità ed estremamente concettuali.

Nella seconda metà degli anni ’90 il Nostro dà corpo, musica e voce ai disturbi mentali che ben presto lo costringono a un ricovero presso un ospedale psichiatrico. È un periodo intenso, contrastante in cui dopo un capolavoro come “City” – secondo lavoro degli Strapping Young Lad uscito nel 1997 – Devin pubblica un disco più “intimista”, “Infinity”. La somma di tutte queste esperienze – umane e musicali – sfocia, nel 2000, in “Physicist”.

Il disco si presenta come un amalgama omogeneo che mescola sapientemente la componente violenta e aggressiva del Metal estremo con digressioni Industrial, Ambient e Grind. Il caleidoscopio di colori ed emozioni cattura l’ascoltatore e lo conduce attraverso atmosfere spaziali di grande impatto. L’opener “Namaste” traccia subito le coordinate di “Physicist”: sezione ritmica martellante (merito del devastante batterista Gene Hoglan e del bassista Byron Stroud), rifframa serrato e, su tutto, l’estro compositivo di Townsend.

Il risultato è un’alternanza di brani che spazia dalle sfuriate Grind di “Death” al melodico Cyber-Death di “Victim” o “Kingdom”, vero e proprio esempio di matrimonio tra le due anime di Townsend. Purtroppo, però, la bellezza di questa prima parte del disco non viene bissata nella restante, troppo statica nel ripresentare lo stesso canovaccio. Seppure non manchino spunti interessanti – vedi la cattiva “Irish Maiden” o l’ipnotica “Jupiter” o la marziale “Planet Rain” – l’omogeneità alla lunga stanca e indebolisce il risultato finale.

La produzione, inoltre, non riesce ad esaltare le singole composizioni, in particolare nella rese generale le chitarre ne escono penalizzate. Nonostante questi nei, però, “Physicist” è un buon album di musica suonato divinamente e composta in maniera altrettanto superba. È facile rintracciare un filo conduttore che lega il progetto in maniera organica, non rendendolo una semplice raccolta di “singoli”. Quello che manca, alla fine, è il tocco di genio che da un musicista con Devin Townsend viene richiesto e che avrebbe reso alcune tracce qualcosa in più di (pur validi) riempitivi.

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