Demon – Recensione: Invincible

Formati nel 1979 dal cantante David Hill, gli inglesi Demon hanno navigato il decennio successivo muovendosi tra diverse coordinate, che dal classico NWOBHM degli esordi hanno successivamente abbracciato rock melodico e progressive, con un ulteriore elemento di critica sociale ad ispessire ulteriormente il messaggio e fare di questi primi album delle autentiche pietre miliari. Dopo aver pubblicato ben otto dischi la band si sciolse nel 1992, un anno decisamente critico per molte realtà dall’impronta più tradizionale, salvo poi ritrovarsi per volontà dello stesso Hill nel 2001 per dare vita – questa volta in successione più dilatata – a quattro nuovi lavori accolti positivamente, l’ultimo dei quali (“Cemetary Junction”) rilasciato nel 2016. “Invincible” segna dunque un secondo comeback da parte dell’inossidabile sestetto – che ha comunque visto un totale di ben diciassette musicisti alternarsi tra le sue file – composto da dodici tracce per un totale di quasi un’ora sostanziosa di musica. Pagato il sostenibile dazio di un’intro a cura del tastierista Karl Waye, si entra nel vivo della questione con una “In My Blood” tesa a riconnettersi con la produzione più melodica ed accessibile della realtà inglese: complici la dolcezza dei cori ed i tempi cadenzati, la proposta assume le forme di un rock orecchiabile e quasi radiofonico, nel quale l’unico elemento possibilmente oscuro rimane il cantato graffiante e sofferto di Hill.

La facilità con la quale si viene introdotti all’ascolto non è comunque indice di superficialità: questo singolo può infatti vantare un arrangiamento interessante – soprattutto per quanto riguarda le rifiniture affidate alle tastiere – ed un buon assolo, elementi che lo elevano agevolmente oltre la banalità. E confermano, una volta di più, la capacità dei Demon di risultare sempre interessanti pur non proponendo davvero nulla di nuovo. Sgombrato il campo da aspettative irrealistiche, peraltro poco compatibili con un percorso ormai incanalato su binari invidiabili e precisi, di “Invincible” non rimane che apprezzare la narrativa semplice e diretta, la ritmica pimpante delle chitarre (“Face The Master”) ed una certa genuinità di fondo che aiuta a percepire la passione con la quale la band dello Staffordshire continua a suonare. Nonostante il disco non contenga nulla di innovativo, il modo cocciuto con cui le pulsioni più heavy continuano ad affiorare, pur nel contesto di un andamento più maturo e ragionato, dice che la fiamma è ancora viva: il riff di “Ghost From The Past” ha qualcosa tra Rainbow e Black Sabbath che tradisce le origini nobili di questa musica e ricorda come i Demon degli esordi potessero giocarsela ad armi pari con nomi che, nel tempo, sarebbero diventati più riconoscibili.

In questo album apparentemente innocuo, nel quale l’attenzione degli esecutori non si sposta mai dalla sua resa complessiva, ci sono citazioni dal carattere (forse) nostalgico, piccoli tocchi progressive che riportano alla mente alcune delle sperimentazioni tentate ormai quarant’anni fa, cori che avvicinano (“Cradle To The Grave”) e la sensazione che questo sia un gruppo operaio e capace di mettersi continuamente in discussione, caratteristica mai abbandonata e che davvero costituisce un valore inedito in tempi complicati che abbisognano di certezze. E se anche nessun brano riesce davvero a stupire, è con l’andare dei minuti che si apprezza la cura riservata ad ogni traccia, la passione con la quale Hill interpreta ogni linea, la produzione rispettosa di una storia che affonda le proprie radici in un mondo che non esiste più, ma che dischi come questi mantengono vivo e rilevante anche per chi quegli anni non li ha vissuti.

Certamente “Invincible” si gusta di più se inserito nel contesto e collocato all’interno di una parabola non ascendente ma di sicuro resiliente, se non addirittura epica (“Hole In The Sky”): tutto quello che questo lavoro sconta se considerato in assoluto, alla stregua di un normale prodotto moderno, viene riagguantato lasciandosi andare alla spontaneità del suo riffing (“Rise Up”), alla sincerità della sua attitudine ed al disinteresse verso tutto quanto deve oggi catturare velocemente l’attenzione su Youtube o Spotify. L’entusiasmo ingenuo e ventoso di una “Beyond The Darkside”, o piuttosto l’eleganza inaspettata di una “Break The Spell” che in un’altra vita avrebbe potuto essere una hit dei Queen, regalano quel tipo di divertimento fatto di sensazioni autentiche e memorie durature, coerente con il percorso di una formazione rappresentante del miglior british understatement (ascoltare la compassata ma stranamente brillante title-track per credere) ed alla quale stupire a tutti i costi – in definitiva – non è mai interessato. Al contrario, questa nuova uscita ti conquista senza farti nemmeno un complimento, ti regala un fremito sottile ed analogico che va oltre la vita triste del fuoco d’artificio: un solletico gentile capace di restituire l’emozione corrotta e malinconica del vinile, nonostante l’unico formato fisico disponibile sia – per il momento – solo il sempreverde Compact Disc™

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2024

Tracklist: 01. INTRO 02. IN MY BLOOD 03. FACE THE MASTER 04. GHOST FROM THE PAST 05. BEYOND THE DARKSIDE 06. HOLE IN THE SKY 07. BREAK THE SPELL 08. RISE UP 09. INVINCIBLE 10. CRADLE TO THE GRAVE 11. BREAKING THE SILENCE 12. FOREVER SEVENTEEN
Sito Web: facebook.com/DemonBandOfficial

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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