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Degrees Of Truth – Recensione: Alchemists

“Melodie accattivanti, orchestrazioni sinfoniche, irresistibili riff di chitarra” e la voce della soprano Claudia Beltrame (Wishmasters – Nightwish Tribute) a rifinire il tutto: si direbbe che in occasione dell’uscita del loro terzo album, i Degrees Of Truth non abbiano in alcun modo voluto lesinare sulle promesse, ed effettivamente “Alchemists” si presenta come un lavoro rifinito in ogni dettaglio. Un lavoro che è anche ideale coronamento di un percorso iniziato nel 2014 con l’intento di unire sonorità cinematografiche con l’elettronica e il metal, proseguito due anni più tardi con la pubblicazione di “Reins Of Life” ed ulteriormente consolidato nel 2019 con la stampa di “Time Travel Artifact”. Ispirato da Dream Theater, Pain Of Salvation, Epica e Seventh Wonder, il quintetto milanese oggi completato da Daniele Brianza (chitarra), Gianluca Parnisari (tastiere), Lorenzo Corsalini (basso) e Luca Ravezzani (batteria) è fresco di firma con Scarlet Records ed affida il suo ritorno alle note eteree di “Imperfect Concoction”, brano strumentale dall’apertura evocativa e dal forte sapore cinematografico: pianoforte, cori ed archi danno vita ad un crescendo dalle trame sempre più fitte che sfocia in quella che è, a conti fatti, la prima vera canzone del disco.

DEGREES OF TRUTH - Alchemists (Official Video)

Godless Symphony” non fa molto per nascondere il debito artistico che i Degrees Of Truth pagano nei confronti del symphonic metal nordico, dimostrando comunque la capacità di costruire un’impalcatura solida a supporto della virtuosa emulazione: non solo Claudia è naturalmente a suo agio con questo tipo di interpretazioni, ma tutto l’impianto appare ben strutturato, con gli elementi ben interconnessi e le sonorità tipiche – compresi alcuni piccoli tocchi di derivazione folk – che abbiamo ormai imparato ad aspettarci da questo tipo di proposte. Ciò che distingue quella dei Degrees Of Truth è, almeno a parere di chi scrive, una certa eleganza, un sapersi trattenere per evitare che la sovrabbondanza di elementi diventi barocchismo, un’alternanza dinamica che – senza apportare nulla in termini di varietà – contribuisce però a suddividere ogni brano in momenti, o scene (per usare una metafora visuale), rendendo l’ascolto più interessante.

Ci sono momenti, in particolare, nei quali la band lombarda lascia intravedere una capacità tecnica ed un gusto compositivo degni di nota, come nel finale di “Over The Tide”: peccato che, forse in nome di quel concetto di misura al quale accennavo, anche questa parte risulti più corta del dovuto e, in un certo senso, interrotta proprio sul più bello. E si tratta di una considerazione dolorosa, dal momento che è nelle parti strumentali che “Alchemists” racchiude i suoi principali motivi di interesse: senza nulla togliere all’ottima qualità del cantato, è però nella coesione strumentale che il disco raggiunge le sue vette più elevate. Dalle orchestrazioni elaborate da Gianluca all’ottimo drumming di Luca, al quale si devono gli spunti più vari e personali, passando per la solidità di ritmiche ed assoli di chitarra, il disco si presenta – volutamente o meno – sbilanciato a favore delle parti suonate, con un cantato che in più di un’occasione costituisce un’opportunità sprecata, relegando se stesso alla natura di mero riempitivo (“Wreckage Of A Lifetime”).

Se dal punto di vista della produzione cristallina e delle raffinate orchestrazioni il terzo lavoro dei Degrees Of Truth rappresenta un prodotto molto interessante e competitivo ben oltre i nostri confini, esso rimane ancorato all’idea iniziale di privilegiare l’aspetto della colonna sonora a discapito di quello della dimensione, più popolare ed immediata, della canzone cantabile che ritroviamo in una “Thread Of Life” che è tra le cose migliori del disco. A questo prodotto mancano insomma un po’ di carattere ed empatia, un po’ di sofferenza oppure –ancora meglio – un po’ di gioia, un po’ di eccesso e dismisura che rendano l’ascolto un’esperienza che vada oltre la validazione matematica di un assunto o il riconoscimento di una capacità. E se da un lato non si può non apprezzare la fedeltà ai propri originari intendimenti lungo un cammino di quasi dieci anni, dall’altro l’impressione è che – come sempre – l’evoluzione di questa band non sia ancora terminata: trovare una migliore quadra tra l’opulenza delle parti strumentali e la poca personalità di molti dei suoi passaggi vocali (“Misconnection”, “Tiny Box Of Horrors”) contribuirà non solo ad offrire un ascolto più maturo, spesso ed equilibrato, ma amplierà anche il pubblico interessato a connettersi umanamente con un metal così elegante e ben rifinito. Sempre avanti, dunque, che c’è posto.

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