Degreed – Recensione: Curtain Calls

Campioni della comfort zone ed autori di un “assortimento larvale”… e insomma, non è che l’ultima uscita degli svedesi Degreed mi avesse convinto pienamente. Vero, si trattava di un EP lanciato al solo scopo di occupare qualche spazio. Vero, il disco si chiamava “The Leftovers” (letteralmente, “gli avanzi”), un titolo che già di per se non faceva intuire grandi ambizioni nè venire l’acquolina in bocca… ma nonostante tutto la conferma finale era stata quella di una band che il volo, quello vero ad maiora, non lo aveva mai veramente spiccato, sensazione confermata – del resto – da una certa decorosa medietà dei voti sempre raccolti da parte della stampa specializzata. Dal momento che l’odierno “Curtain Calls” rappresenta il terzo full-lenght pubblicato per Frontiers, etichetta presso la quale gli svedesi si sono accasati a partire dal 2022, le aspettative nei suoi confronti sono forse un poco più elevate, proprio in virtù di quel giudizio definitivo che ci si sente di esprimere alla terza tappa di un percorso importante. Aspettative alimentate, del resto, dalle dichiarazioni del cantante e bassista Robin Eriksson, che proprio a questa nuova uscita riconosce un carattere energico e contemporaneo, frutto di un focus e di una maturità che – almeno nelle sue parole – il quartetto non aveva mai espresso fino ad ora. Composto da dieci tracce, il disco si apre con “One Helluva Ride”, brano che si presenta con un frizzante mix tra il classico suono dell’organo ed un drumming veloce, fresco e decisamente hard.

Sospinta dalla produzione moderna e curata dal batterista Mats Eriksson, questa prima canzone si apre ulteriormente con un intermezzo con note progressive, una scelta che conferisce a questo coinvolgente episodio di stampo arena rock un carattere originale e disinvolto, portatore di qualcosa di nuovo e felicemente in linea con le attese. La successiva “Holding On To Yesterday” sorprende per uno spirito melodico ma allo stesso tempo più sporco e graffiante, con un cantato a volte ai limiti dello scream che fluisce in modo convincente tra i flutti di un ritornello alla Eclipse, melodico ma non al punto da risultare stucchevole dopo un paio di ascolti. Anche in questa seconda occasione l’assolo di chitarra presenta una fattura pregevole, con un mini-sviluppo armonico che lo rende interessante, ben integrato ma allo stesso tempo in grado di spezzare l’impianto melodico che caratterizza la produzione del quartetto e lo stile riconoscibilissimo proposto anche su “Curtain Calls”.

Certamente anche questa volta ci troviamo in scaletta una manciata di episodi di facile ascolto e relativamente anonimi (“Promise Me”, “Believe” e l’acustica “The Rambler”, tutte di anacronistica ed artefatta dolcezza), ma il fatto che essi si facciano notare per quanto non offrono rispetto al resto della tracklist è tutto sommato un buon segno: significa che quello che una volta era di fatto uno standard, oggi è diventato un passabile momento di pausa e distensione, nel contesto di un album intenzionato ad offrire qualcosa di più tagliente, urticante e personale. Roba tipo una sbarazzina “Guiding Light” che strizza l’occhio all’heavy moderno con un riffing agile e potente, prima di aprirsi in un coro avvolgente e rifinito e poi ancora in un assolo particolarmente elaborato per il genere; oppure ancora una “My Blood” che reinterpreta il concetto di ballad moderna con uno sviluppo intricato, un’attitudine poco accomodante, un piglio tenuto faticosamente a bada, un’energia che continua ad affiorare nonostante l’impostazione della traccia suggerisca altro.

Si tratta di un contrasto riuscito che diventa quasi una metafora della natura bifronte della formazione scandinava, sospesa tra la sua anima melodica e la necessità di prendere finalmente atto che la durezza dei tempi non può non contaminarli dal punto di vista delle parole, dei suoni e delle ritmiche, di fatto sempre più nervose ed incalzanti (la title track offre la sintesi migliore e più bilanciata, offrendo quella che è destinata a diventare – si spera – la nuova cifra stilistica del quartetto). Disponibile anche in un bel vinile arancione, che contrasta benissimo con toni scurotti della copertina che mi hanno ricordato “Metropolis” (Fritz Lang, 1927), “Curtain Calls” è un disco che, pur portandosi ancora dietro qualche scoria del suo passato indeciso (“Broken Dreams” che è una specie di intermezzo diluito ed una “Matter Of The Heart” con la sua progressione di accordi già sentita e risentita), segna finalmente quel passo in avanti che nella discografia degli svedesi aveva ormai assunto una dimensione mitologica. Nei momenti più concentrati i Degreed producono un hard rock al passo con i tempi, perfettamente a cavallo tra melodia ed urgenza moderna, più interessato ad interpretare il presente sporcandosi le mani che non ad offrire un coro plasticoso e consolatorio, giusto per distrarsi un po’. E’ quel tipo di consapevolezza che forse ci rende persone peggiori, più distaccate e sicuramente più disilluse, ma che in qualche modo riporta ad una musica che a tratti deve anche fare i conti con le inquietudini, le paranoie e le durezze che hanno contribuito a generarla e plasmarla.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2026

Tracklist: 01. One Helluva Ride 02. Holding On To Yesterday 03. Believe 04. Guiding Light 05. My Blood 06. Curtain Calls 07. The Rambler 08. Matter Of The Heart 09. Broken Dreams 10. Promise Me
Sito Web: facebook.com/degreedmusic

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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