Deep Purple: Live Report e foto della data di Zurigo

JEFFERSON STARSHIP

L’apertura ai Deep Purple è affidata ad un’altra band con un sacco di storia alle sue spalle, gli americani Jefferson Starship. Dai vari passaggi di testimone (Jefferson Airplane, Jefferson Starship, Starship) con l’ormai ottantaquattrenne (ma in forma clamorosa) David Freiberg come costante, l’attuale incarnazione della band, che vede presente un altro membro storico, il batterista Donny Baldwin, il repertorio del concerto ha pescato un po’ ovunque, proponendo numerosi classici delle band che hanno incarnato il loro percorso musicale. Costituito da rock melodico, A.O.R. con echi west coast, decisamente distante dall’acid rock dei gloriosi Sixties, ma assolutamente ben suonato, piacevole e coinvolgente. Un sound carico ma melodico, un’attenzione ai cori tutta americana, l’ottima prova vocale di Cathy Richardson, e un repertorio di classici della (e delle) band nel quale, neanche a dirlo, le maggiori ovazioni le hanno ottenute le esecuzioni di “White Rabbit” e la conclusiva “Somebody to Love” del Jefferson Airplane.

Un’ottima prova live prima del piatto forte.

Setlist:

-Find Your Way Back

-Ride The Tiger

-It’s About Time

-Sara

-Nothing’s Gonna Stop Un Now

-White Rabbit

-We Built This City

-Jane

-Somebody to Love

DEEP PURPLE

Era il 14 luglio 1985, e un ragazzino che da lì a un mese avrebbe compiuto 19 anni, andava a realizzare quello che era uno dei più grandi sogni della sua allora breve vita: era in viaggio verso l’Hallenstadion di Zurigo, per vedere la più vicina data del reunion tour del suo gruppo preferito, i Deep Purple. L’anno prima era uscito Perfect Strangers, che aveva suscitato in lui emozioni fortissime, con la consapevolezza che quello era un disco che sarebbe rimasto fra i classici della band, però il fatto di riuscire a vederli dal vivo era ancora un sogno quasi irraggiungibile. A quei tempi gli artisti più importanti ben difficilmente passavano per l’Italia, e chi era fortunato doveva andare all’estero per vederseli. C’era però un’agenzia chiamata Musica Viaggi che organizzava i pullman e comprava i biglietti per i concerti all’estero, e quel ragazzino, assieme a un gruppo di amici, dopo essere arrivato nottetempo in treno a Milano, saliva su quel pullman che partiva dal castello Sforzesco in direzione Svizzera, Zurigo, Hallenstadion. I pensieri che frullavano per la testa a lui e ai compagni di viaggio erano di eccitazione mista ad aspettative incerte: hanno già quarant’anni, ce la faranno ancora a suonare all’altezza del loro passato? Passato di una decina di anni prima, intendiamoci, mica di 50… ovviamente il concerto fu letteralmente strepitoso, una delle esperienze musicali più intense di sempre, per quanto riguarda quel quasi diciannovenne, un qualcosa che aveva portato in avanti l’asticella di quello che fosse possibile vedere in un live, a maggior ragione per un giovane che, per forza di cose, a riguardo non aveva tutta questa esperienza. Forse, a ben pensarci, oltre che un concerto, era stato un passaggio importante nella sua vita, una tappa anche di crescita, una delle esperienze segnanti e da ricordare per sempre.

Sono passati tanti anni da allora, ben 37, i Deep Purple proseguivano la loro carriera fra momenti straordinari e altri meno, con cambi di formazione, continui tour, dischi in studio e dal vivo, uno di loro non c’è più e nel frattempo quel ragazzino cresceva con loro, ampliando i propri orizzonti musicali e di vita, con le esperienze belle e brutte di ognuno, coi capelli che si ingrigivano, coi compagni di viaggio di quella trasferta che a volte cambiavano del tutto vita, e anche qualcuno di loro non c’è più. Una costante però è sempre stato il grande amore per quella band con cui è cresciuto e che lo ha accompagnato per la gran parte della vita, maturando assieme, della quale, quando possibile, non si è mai perso un concerto.

Dopo 37 anni quell’ex ragazzino è tornato in Svizzera, all’Hallenstadion di Zurigo per rivedere, nel luogo dove l’aveva visto quella prima volta, il proprio gruppo preferito, soprattutto grazie all’iniziativa di chi gli è vicino ora, con una diversa consapevolezza e un bel po’ di acciacchi in più, ma con lo spirito e tantissime delle sensazioni di allora.

E il concerto, in un Hallenstadion pienissimo di gente (ma rispetto ad allora, in platea c’erano le sedie) ed un’acustica perfetta, è stato formidabile. Il più classico degli attacchi, ora come allora affidato a “Higway Star”, con Ian Gillan a voce ancora fredda in qualche difficoltà, che ha ampiamente recuperato nel proseguo della serata, continuata con “Pictures of Home” e qualche estratto di brani periodo Morse, fra cui una splendida “Uncommon Man” dedicata a Jon Lord. A tal proposito c’è da dire che Simon Mc Bride è sempre più inserito e a proprio agio nella band, fedele negli obbligati dei suoi predecessori, ma con ampio sfoggio della sua personalità. Indubbiamente un eccellente chitarrista che fa il suo lavoro al top. E poi una carrellata di classici, da “Lazy”, dove lo swing di Ian Paice conferma la sua unicità nel panorama hard rock, un’intensissima “When a Blind Man Cries”, cantata splendidamente da Gillan, il non scontato inserimento di “Anya”, la citazione del Guglielmo Tell di Rossini nell’assolo di tastiere di Don Airey che introduce “Perfect Strangers” e le eterne “Space Truckin’ “ e “Smoke on the Water” che chiudono il concerto prima dei bis, costituiti al solito da una “Hush” con Mc Bride e Airey scatenati nell’improvvisare assoli e “Black Night” dove anche Roger Glover ha il suo momento solista. In sostanza il “solito” grande live da parte di una band che evidentemente non si è ancora accorta che, con la media di oltre 70 anni, non si dovrebbe suonare con un impatto, una carica, un groove e una convinzione del genere, dove i brani non vengono mai suonati a fotocopia una sera dall’altra, dove il divertimento da parte dei musicisti si rinnova palpabilmente ogni sera che gli è concessa per suonare la loro musica.

A concerto finito, l’ex ragazzino presente nello stesso posto tanti anni prima, se ne è andato entusiasta per quello che aveva appena visto, un turbinio di ricordi per quella volta là e molto altro, e con l’ennesima conferma del fatto che, finché sarà possibile, concerti del genere andranno sempre visti. Alla fine, il fatto di riuscire a crescere e invecchiare assieme, è la prova d’amore definitiva, e il suo percorso con la musica dei Deep Purple, così conosciuti in ogni loro aspetto, ma così capaci di rinnovare ogni volta sensazioni talmente importanti, è una lunga, ininterrotta storia d’amore.

SetlisT:

– Highway Star

-Pictures of Home

-No Need to Shout

-Nothing at All

-Uncommon Man

-Lazy

-When a Blind Man Cries

-Anya

-Perfect Strangers

-Space Truckin’

-Smoke on the Water

-Hush

-Black Night

anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

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