Deep Purple – Live report e foto della data di Este (Pd)

Dopo aver pubblicato un disco all’insegna dell’eccellenza quale il nuovissimo “Splat”, gli inossidabili Deep Purple, come dal giorno in cui, oramai 58 anni fa, si sono formati, vanno ad affrontare l’ennesimo tour, nonostante un’età oramai avanzata e tutti i pregiudizi che una condotta del genere potrebbe suscitare e purtroppo suscita in parte degli ascoltatori. Loro se ne fregano e continuano così. Il tour ha in programma tre date italiane, noi eravamo presenti a quella dell’Este Music Festival, e quanto segue è ciò che abbiamo visto e sentito.

MESMERISING

In apertura della serata, mentre l’area del castello si riempiva, hanno suonato i bresciani Mesmerising, formazione attiva da parecchi anni, con il debutto discografico risalente al 2012. La band guidata dal vocalist e tastierista Davide Moscato, e completata dai chitarristi Maurizio Bellane e Cristiano Gargana, dal bassista Carlo Zubani e dal batterista Stefano Cattalini, ha proposto per circa mezz’ora un prog rock di raffinata concezione, con momenti che sfioravano atmosfere psych e cantautoriali, alternati ad altri passaggi decisamente più rock per un insieme, se non dall’impatto immediato, certamente di notevole interesse e personalità. Una band con queste caratteristiche, per essere apprezzata appieno, andrebbe ascoltata per la durata di un concerto completo, magari in un locale senza distrazioni, ma l’esibizione in apertura ai Deep Purple li ha comunque fatti notare come decisamente interessanti e da approfondire. Un’apertura di classe per un mito del rock.

DEEP PURPLE

Introdotti da una schermata che mostrava in sequenza alcune immagini che rappresentavano i loro album, ecco che, puntuali alle 21,30 sono saliti sul palco i leggendari Deep Purple, aprendo con la classicissima “Highway Star”. Fin dalle prime note è stato chiaramente percepibile lo stato di grazia nel quale la band si è trovata in questa data atestina: un suono potentissimo ma definito, caldo, carico di groove, ricco di un’energia difficile da trovare anche in formazioni con ben meno anni alle spalle. E poi un Ian Gillan in una forma eccellente, che fin dall’inizio ha tirato fuori una voce potente, limpida, ricca di sfumature, che ha fatto la differenza per tutta la durata del concerto. Dal disco precedente, “=1”, è stata eseguita “A Bit on the Side” e poi un paio di grandi pezzi del passato: la cavalcata di “Hard Lovin’ Man”, nella quale Don Airey e Simon McBride si sono ritagliati lunghe ed eccitanti parti soliste, e l’incalzante mid tempo di “Into the Fire”, con Roger Glover e Ian Paice a dare lezioni di groove.

È seguito l’assolo di McBride, e a riguardo dobbiamo dire che l’approccio generale del chitarrista irlandese, un po’ in tutto il concerto, si è dimostrato non solamente sempre più inserito nelle dinamiche della band, ma anche più libero di esprimersi. Potremmo definirlo un approccio più anni ’70, non tanto dal punto di vista stilistico, ma come modo di porsi, nel quale il nostro si è sentito libero di svisare, di suonare in maniera istintiva e forse un po’ meno controllata, ma certamente più spontanea e naturale, a dimostrazione di come sia entrato pienamente nelle intenzioni dei suoi leggendari compagni di band. La serie di pezzi da “Splat!” è iniziata con “Arrogant Boy”, eseguita senza fare prigionieri, seguita da un altro brano dell’album precedente, ovvero “Lazy Sod”. La cosa significativa dell’inserire un numero cospicuo di pezzi dalle ultime due produzioni è che i Deep Purple ad esse ci credono fino in fondo. Non sono quindi concepiti come dei lavori standard come pretesto per andare in tour, bensì dei nuovi album che fanno parte a tutti gli effetti e con tutti i titoli, dell’importantissima discografia della band, dei quali i nostri sono pienamente convinti. E noi non possiamo che essere d’accordo con loro.

La “Lazy” più famosa invece, è iniziata con l’introduzione di Airey, ed è poi esplosa nel celeberrimo riff, con l’instancabile swing di Paice a sorreggere l’impianto del brano, il turbinio di assoli, armonica suonata da Gillan inclusa. Gillan che, da parte sua, ha fornito una prestazione maiuscola su “When a Blind Man Cries”, con una nota prolungata finale che ha scatenato gli applausi entusiasti del pubblico.  Ancora nuovi brani con “Diablo”, e “Scriblin’ Gib’rish”, eseguite con quell’intenzione di cui dicevamo sopra: gli ultimi pezzi dei Deep Purple, a pari dignità con i classici. Inframmezzato a questi, l’assolo di Airey, come al solito fra pezzi di rock blues e di musica classica, con la citazione, in omaggio alla nazione ospitante, di “O Sole Mio”.

Il pubblico, fino ad allora seduto nei posti assegnati, non ha però potuto resistere con le prime note di “Space Truckin’”, alzandosi ed accalcandosi sotto il palco (inclusi i vostri reporter e fotografa, sia ben chiaro!) per un’apoteosi sonora, culminata senza soluzione di continuità, nel classico dei classici, che non sentiamo neppure il bisogno di nominare. Avete capito di che si tratta, vero?

Una brevissima pausa ha rifiatato per i bis, iniziati con la strumentale “Guinnesis”, bonus tratto da un’edizione limitata del nuovo album, una sorta di compattissimo treno in corsa nel quale Airey e McBride si alternano in meraviglie. E poi, tutto di seguito una “Hush” con i due solisti ad esprimersi liberamente, spaziando in scambi di interventi nei quali sono arrivati a sfiorare addirittura passaggi fusion, e l’immancabile finale di “Black Night”, con il riff cantato da tutto il pubblico, anch’essa base per i solismi, con McBride particolarmente scatenato e Glover, al solito l’ultimo a scendere dal palco, a salutare e distribuire plettri.

Con la serata di Este abbiamo visto una band fresca, rivitalizzata, con una voglia di suonare ed esserci a dir poco sorprendente. Probabilmente la pubblicazione di un album del livello di “Splat!” ha rinnovato in loro un entusiasmo che, anche se mai sopito, abbiamo percepito per questa, data a livelli stellari.  Fatto sta che, ben lungi dal vedere dei vecchietti un po’ bolsi, che fanno il loro compitino standard senza mettersi mai in gioco, possiamo dire di aver assistito a un concerto di una band con l’energia e la freschezza che tanti ben più giovani dovrebbero invidiare e da cui hanno da imparare, una band che ha ancora tantissimo da dire, fra consapevolezza dei propri mezzi e della propria storia, ma che non per questo si siede sugli allori, e che ha una voglia di fare ed esserci a dir poco stupefacente.

Non possiamo che inchinarci davanti a tanto, e non possiamo che augurare una ancora lunga, lunghissima vita ai Deep Purple, questi giovani ottantenni che ci dimostrano come l’età, a questo punto, sia solo un fatto mentale.

Setlist:

01. Highway Star

02. A Bit on the Side

03. Hard Lovin’ Man

04. Into The Fire

05. Arrogant Boy

06. Lazy Sod

07.Lazy

08. When a Blind Man Cries

09. Diablo

10. Scriblin’ Gib’rish

11. Space Truckin’

12. Smoke on the Water

13. Guinnesis

14. Hush

15. Black Night

 

anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. giorgio marcato

    Recensione competente e completa, ero al concerto e mi inchino al racconto di Daniele Zago. Li ho visti la prima volta all’Arena nel 1987 e da lì decine di volte: le defezioni terrificanti di miti come Blackmore e Lord, ma anche di Morse che con loro ha fatto grandi cose, sono state assorbite e le quasi due ore di un concerto dei Deep Purple lasciano il loro meraviglioso pubblico (che pubblico hanno i Deep Purple, ragazzi) sempre con il cuore felice e contento. Grazie per le bellissime foto!

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  2. Alessio

    Difficile aggiungere altro al report. Una serata davvero bellissima, con una band in grande forma. Dopo averli visti a Marostica un paio di anni fa, la sensazione era di una band ancora in grado di portare l’hard rock in giro per il mondo, ma con i segni degli anni evidenti, soprattutto in Big Ian.
    Poi arrivano ad Este, con altri due anni sulle spalle, e tirano fuori una serata brillante, energica, coinvolgente. Gillan non so dove trovi queste energie, ad Este è stato davvero grande, voce piena, presenza sul palco dinamica e voglia di divertirsi, come nel saluto finale cantato.
    Sono un vedovo di Morse, non lo nascondo, per me è di una categoria superiore rispetto a McBride, ma comunque anche lui fa la sua parte e consente ai nostri di restare vivi e produrre ancora ottima musica, che fanno bene a portare live con un nutrito numero di pezzi da =1 e Splat!.
    Degli altri, che dire? Glover + Paice = monumento alla ritmica, scolpito nel marmo del rock. Don Airey ha incendiato come sempre Hammond, piano e Moog.
    Su Lazy (quasi 10 minuti), Hush e Black Night li ho visti assoleggiare divertiti e improvvisando.
    Arrogant Boy, When a blind man cries, Diablo e Hush, a mio parere sono stati gli highlights della serata,

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