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Death – Recensione: Symbolic

Cosa dire quando si parla di un album del gruppo che, semplicemente scegliendo il nome, ha (più o meno involontariamente) creato un intero movimento musicale? Tanto, ovviamente, ma cercheremo di non divagare troppo…

Symbolic” è, innanzitutto, il sesto album dei Death, la creatura del compianto Chuck Schuldiner che ha, appunto, creato la scena Death Metal americana. Rispetto alla discografia della band di Orlando (Florida), questo “Symbolic” appartiene al “secondo periodo”, quello dove Schuldiner decise sostanzialmente di apportare delle modifiche fondamentali al percorso artistico dei Death.

Innanzi tutto le tematiche dei testi mutarono, da una smaccata propensione alle fantasie “gore”, proprio dei film horror, verso tematiche sociali, con argomenti, se vogliamo, molto più terreni. Inoltre, il death metal violentissimo dei primi due album, subì un’evoluzione, trasformandosi in quello che i critici dell’epoca etichettarono come “technical death metal”, anche a causa dei forti elementi progressive inseriti dal 1990 circa, in poi.

L’altro fattore che influenzò notevolmente i Death di quel periodo, inoltre, fu che Schuldiner, a causa di beghe legali con gli allora compagni di band (fatto che si risolse con una corte statunitense che assegnò legalmente il nome Death a lui e lui solo), decise di abbandonare definitivamente l’idea di una band a formazione fissa, per avvalersi solo di turnisti, ingaggiati volta per volta per le varie registrazioni e per i concerti.

“Symbolic” (primo disco con la major Roadrunner Records), dunque, si colloca in questo periodo (precisamente era il ‘95) e fu, quasi da subito, considerato un disco “molto vicino alla perferfezione” dai fan innanzitutto, ma anche dalla stampa di settore. Avvalsosi della collaborazione dei semi-sconosciuti (ma comunque parecchio validi) Kelly Conlon al basso e Bobby Koelbe alla chitarra, oltre che al fido e stabile Gene Hoglan, Schuldiner creò un album compatto, massiccio, parecchio pesante e con delle trame strumentistiche complesse, multistrato e molto tecniche.

Ma a rendere “Symbolic” uno dei capitoli più riusciti nella discografia della band di Orlando, oltre che uno dei dischi più amati dai fan, è la sua forte componente emozionale. Come seguito ideale delle tematiche intraprese nei tre dischi precedenti, infatti, troviamo brani che sviscerano, ad esempio, il difficile tema dell’innocenza (la title track), lo scemare del diritto alla privacy (in “1,000 Eyes”) o la corruzione religiosa (“Crystal Mountain”).

Se è, però, vero che “Symbolic” presenta un tasso tecnico e di sperimentazione (comparato prettamente a virtuosismi strumentistici precedentemente mostrati) lievemente inferiore ai suoi predecessori, è anche vero che brani come il trittico sopracitato o le più furiose “Zero Tolerance” e “Misanthrope”, unite a pezzi ormai senza tempo come “Sacred Serenity” o la splendida e mostruosa “Empty Words” (che fu anche l’unico singolo dell’album), costituiscono la spina dorsale di un album durissimo, tecnicamente strapieno di perizia e mai scontato.

Per quanto qualcuno potrebbe obiettare a “Symbolic” un po’ meno di coraggio in fase di sperimentazione, la smentita arriva dagli incastri strumentali, sia nelle fasi più veloci e incalzanti che nelle parti più rilassate, e il cantato incazzato e maligno di Chuck Schuldiner, che in quest’album è (quasi) totalmente spogliato dei vari effetti usati nei precedenti capitoli discografici. Il risultato è la creazione di linee vocali genuine e decisamente meno artefatte, dove tutta la rabbia, la sofferenza ed il dolore vengono riversati direttamente nelle orecchie e nella mente di chi ascolta. In definitiva, nei 50 e passa minuti di “Symbolic”, troviamo non solo splendide composizioni, ma anche tanta cattiveria, consapevole e matura, comunicata nella maniera più diretta possibile.

Se non un capolavoro, poco ci manca.

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