Darktribe – Recensione: Forgotten Reveries

Fondati nel 2009 dai fratelli Anthony e Julien Agnello, i Darktribe hanno in un certo senso bruciato le tappe, pubblicando un primo EP nello stesso anno e rivolgendosi ai servigi dei famosi Finnvox Studios di Helsinki per la realizzazione del primo album, che sarebbe arrivato appena tre anni più tardi pubblicato dalla tedesca Massacre Records e per il quale, lo ammetto, nella recensione pubblicata sulla testata per la quale scrivevo all’epoca mi ero lasciato andare ad un qualche entusiasmo. Il rapporto con l’etichetta italiana Scarlet è invece datato 2015, anno della pubblicazione del secondo lavoro (“The Modern Age”), questa volta affidato alle mani sapienti di Jacob Hansen (Amaranthe, Epica, Volbeat…) presso i suoi Hansen Studios. “Voici l’Homme”, mixato e masterizzato nel 2020 da Damien Rainaud (Dragonforce, Fear Factory…) è stato l’ultimo album pubblicato dal quartetto francese, che da allora ha visto l’ingresso di un nuovo batterista in formazione e si è dedicata alla composizione del quarto capitolo, intitolato “Forgotten Reveries”. Nonostante un’esperienza live piuttosto estesa ed un discreto seguito sui social, questo è il primo lavoro dei Darktribe che ci troviamo a recensire su Metallus, in un certo senso sorpresi dalle informazioni piuttosto generiche con le quali esso viene presentato: al di là di un banale e piuttosto insapore richiamo alle tematiche trattate (paura, solitudine, infanzia, famiglia, vita), vi è davvero poco in grado di catturare inizialmente l’attenzione, una considerazione che, se da un lato può lasciare perplessi, dall’altro invita a tuffarsi tra i flutti di queste undici nuove tracce senza ulteriori indugi.

Velocemente archiviata l’introduzione sinfonica (“Paradox”), “I Walk Alone” ci accoglie con una ritmica robusta ed incalzante, con il contributo di Loïc Manuello che convince più in veste di chitarrista che di tastierista (spesso semplice accompagnatore), ma altrettanto velocemente dissolta in un ritornello tanto dolce quanto vago. Considerato che il brano rappresenta il singolo che vorrebbe catturare l’attenzione, bisogna dire che si tratta di un assaggio non particolarmente saporito, che perde mordente proprio in quelle parti cantabili che dovrebbero – al contrario – presentare i caratteri più coinvolgenti. L’impronta stilistica e l’impostazione di base rimangono più o meno le stesse anche nel corso degli episodi successivi: “The Fallen World” si presenta con una costruzione power di tutto rispetto e con tutti gli ingredienti al posto giusto, salvo perdersi ancora una volta in un ritornello piuttosto debole e che non lascia traccia. Si tratta di una scelta che in ogni caso appare voluta: il cantato pulito di Anthony è funzionale ma privo di sfumature, e la piattezza delle linee vocali che è chiamato ad interpretare non può che condurre ad un risultato che stona con l’apparente, artificiosa grandiosità dell’impianto generale. Le cose vanno meglio nelle ballad, momenti nei quali la linearità diventa un valore: “Eden And Eclipse” e “Son Of Illusion” si accontentano di una dimensione più intima nella quale l’accademia dei Darktribe trova un’espressione più convincente, con i cori a sobbarcarsi la maggior parte del lavoro ed una band che finalmente non è portata ai limiti di una voce grossa che non sempre pare appartenerle davvero.

Questa generale inconsistenza, che vede momenti più intensi alternarsi senza soluzione di continuità con altri più scontati ed acquosi (“Kings In The Sand”), determina una ripetitività che rende “Forgotten Reveries” una specie di caccia al tesoro, nella quale il dinamismo si deve ricercare tra una selva incolore di tematiche già sentite, una generale lentezza di idee (per la quale il titolo frizzante di “Sicilian Danza” appare molto molto fuorviante) ed un quadro in cui questa idea artificiale di varietà non assume mai le fattezze di un vero ed articolato progressive. Inutile aggiungere che, in virtù di queste scelte (peraltro poco coerenti con uno sviluppo dell’album che all’apparenza ha richiesto tre anni), “Forgotten Reveries” mostra qualche segno di stanchezza compositiva ancor prima di raggiungere la metà della sua scaletta: le sue tracce si affidano a riff deboli (“Ghost Memories”) che il potente drumming della new entry Guillaume Morero, sicuramente autore della prestazione migliore e più convinta (“From Star To Dust”), non può da solo sostenere. E insomma, quello dei Darktribe appare un cammino nel quale le velleità power/prog e l’immagine black (“Mornings Of Fear” lo è, ma solo di facciata) non sembrano aver sempre trovato una quadra soddisfacente con una natura che, alla base, si rivela sempre più melodica fino a lambire i confini del pop (“Reality” potrebbe tranquillamente rappresentare la Francia all’Eurovision, con tanto di balletto). Che si tratti di un quartetto dotato di notevoli mezzi tecnici è chiaro, come del resto dimostra la lunga lista delle band con le quali i transalpini hanno condiviso il palco: l’impressione però rimane quella di un talento inespresso, a causa di una sbiadita impronta melodica che in “Forgotten Reveries” appare più imposta dall’alto che realmente condivisa.

Etichetta: Scarlet Records

Anno: 2025

Tracklist: 01. Paradox 02. I Walk Alone 03. The Fallen World 04. Sicilian Danza 05. Ghost Memories 06. Eden And Eclipse 07. From Star To Dust 08. Reality 09. Kings In The Sand 10. Mornings Of Fear 11. Son Of Illusion
Sito Web: facebook.com/DarktribeOfficial

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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