Obituary – Recensione: Darkest Day

Da quando si sono riformati gli Obituary possono essere definiti al massimo una fotocopia sbiadita di quella band fenomenale che ha contribuito a determinare i confini del death metal. Fortunatamente "Darkest Day" non ripropone il livello osceno del precedente "Xecutioner’s Return", ma in ogni caso quello che ci troviamo a dover giudicare è una raccolta di song clamorosamente banali che si basano sulla ormai logora artiglieria di riff ultra-standardizzati e sulle solite linee vocali di John Tardy. Nulla di male detto così, in fondo anche il discreto "Frozen In Time" non portava il minimo rinnovamento stilistico, ma almeno lasciava uscire tiro e una carica dinamica inarrestabile. In "Darkest Day" non c’è nulla di tutto questo. Il suono è troppo fiacco e la propulsione ritmica non riesce quasi mai a centrare l’impasto giusto, mancando in quel groove minaccioso che è stata la fortuna di un disco come "The End Complete". Gli inserimenti solistici di Santolla suonano poi decontestualizzati, quasi fossero stati aggiunti alla fine per mettere il nome sul libretto. Inutile soffermarsi sui singoli brani, sarebbe una gara a ricordare dove si è già sentito quel riff e a quale vecchio brano assomiglia quell’altra linea vocale. La verità è che nessuna canzone spicca davvero e in generale la tracklist scivola via senza lasciar traccia del suo passaggio. Un anonimato che non si addice al livello di una band storica. L’unica consolazione è che gli Obituary di canzoni migliori ne hanno incise tante e di queste mediocri 13 nuove tracce possiamo fare a meno senza per questo sentirci poco affezionati al gruppo.

Voto recensore
5
Etichetta: Candlelight / Audioglobe

Anno: 2009

Tracklist: 01. List of Dead
02. Blood to Give
03. Lost
04. Outside My Head
05. Payback
06. Your Darkest Day
07. This Life
08. See Me Now
09. Fields of Pain
10. Violent Dreams
11. Truth Be Told
12. Forces Realign
13. Left to Die
Sito Web: http://www.myspace.com/obituary

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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