Danger Zone: “Line Of Fire” – Intervista con Giacomo “Giga” Gigantelli

Il 2011 sarà ricordato per tutti gli appassionati di metal nostrano come l’anno del ritorno sulle scene dei  bolognesi Danger Zone, con la pubblicazione dell’ormai leggendario “Line Of Fire”. Incontriamo il singer Giacomo “Giga” Gigantelli per farci raccontare quali sono le motivazioni di questo attesso comeback.

Ciao Giacomo, prima di tutto grazie per la disponibilità e bentornati tra “noi”. Inizio col chiederti chi ha riacceso la fiamma tra i membri della band portandovi così a questa reunion e alla pubblicazione, dopo venti anni, di “Line Of Fire”, disco fantasma diventato leggenda tra gli appassionati di metal italiano?

Ciao e grazie a te! Guarda, è stato un percorso anche questo sviluppatosi poi in maniera più naturale di quello che si possa pensare nella nostra reunion. Con i ragazzi tutti dei DZ ci siamo sempre sentiti e tenuti in contatto durante questi anni, raccontandoci le nostre esperienze di vita e professionali, come dei veri amici fanno pur non vivendo nelle stesse città. Sicuramente gli ultimi 5-6 anni hanno visto una crescita musicale non indifferente. Chi in varie band come me (milito da tempo nel tributo ai Kiss: Juliet Kiss, nei Live 4 Win tributo a Paul Stanley e nell’altra band storica italiana gli Spitfire con i quali ho inciso un cd reunion proprio nel 2010!), chi invece per esempio nel campo delle produzioni come Roberto (Priori,),  tutto questo ha sicuramente portato a mantenere carica la voglia di fare musica e anche a migliorarsi sempre di più. A maggio dell’anno scorso poi ho partecipato come ospite cantante all’Ultimate World Guitar Experience che si è tenuto proprio a Bologna in Piazza Maggiore e, tramite i miei sponsor, anche alla Fiera Della Musica, sempre a Bologna, fatto questo che ci ha riportato faccia a faccia a parlare dei vecchi tempi. Con Paolo (Palmieri) poi ritornato a Bologna per lavoro è stato un attimo capire che era ormai giunto il momento di riprendere. L’entusiasmo (che serve sempre, oggi più che mai) lo si è avvertito subito, ed eccoci qua!

Ascoltando l’album, l’intento di sfondare sul mercato americano è palese. Tutto è in linea con le produzione delle band più blasonate dell’epoca d’oro del Sunset Strip. Capivate di avere tra le mani una “bomba” che aveva bisogno solo di essere lanciata o c’era qualcosa che non vi convinceva del disco e che avreste voluto cambiare?

Sì, a quel tempo (1989) avevamo fatto una scelta molto coraggiosa  cioè quella di “pretendere” (diciamo cosi) una produzione americana perché sapevamo esattamente quello che avremmo voluto fare. Non eravamo pronti per “abbassare i pantaloni” e buttarci sul mercato italiano anche se un primo momento da parte del nostro manager di allora ci fu un pensiero in questa direzione. Per fortuna (o per sfortuna a seconda di come la volete vedere visto poi l’epilogo) Francesco Sanavio capì la nostra determinazione a cercare di sfondare nel mercato estero, soprattutto americano, e ci accontentò; anche perché in Italia nessuno sarebbe stato in grado di produrci per quello scopo a quel tempo. Ovviamente poi, partito tutto il meccanismo, in certi momenti ci siamo ritrovati anche in difficoltà proprio per lo sforzo ed il duro lavoro che si rese necessario e che non avremmo mai pensato potesse essere così importante per la resa del risultato finale. Tutto cominciò a svolgersi molto velocemente, ma in grande stile e ovviamente i nostri pensieri erano che forse, con un po’ di fortuna, ce l’avremmo potuta anche fare. Tutta la produzione fu grandiosa, i produttori fantastici, i mezzi che ci misero a disposizione (Condulmer Studio) erano pazzeschi, gli special guest, il mixaggio a New York, insomma chi non si sarebbe un minimo illuso che i nostri sogni si stavano avverando? Vero è che qualche concessione abbiamo dovuta comunque farla. La scelta delle 2 cover, “Let Me Rock” e “That’s Why I Fell In Love With You”, fu fatta dalla produzione per permetterci una maggiore visibilità in alcuni canali americani. Insomma ci poteva stare, sono cose che rientrano nella normale amministrazione quando sei un gruppo da lanciare. Se poi c’era da lanciarci nel mercato americano poca importanza aveva, in quel momento, il fatto che “That’s Why..” non fosse proprio un brano adatto a noi. Abbiamo fatto di tutto, insieme a Jody (Gray) per renderla più DZ possibile però ritengo che, al di là del risultato finale molto buono, sia forse l’unica cosa del disco che avremmo voluto evitare. Ma così è stato e va bene lo stesso!

Ci puoi raccontare cosa andò storto nella trattativa di lancio di “Line Of Fire”?

Non te lo so dire esattamente nemmeno io, ma siamo passati in pochissimo tempo dall’avere in mano questo prodotto stupendo finito e combattere la nascita del grunge. Cosa che scosse come un terremoto le case discografiche. Improvvisamente tutte le band che facevano metal rock “classico” diciamo così, finirono in secondo piano. A dire il vero credo che, forse, si attese un po’ più del necessario a condurre alcune trattative, ma d’altronde anche il nostro management, dopo tutti i soldi spesi, voleva concludere con qualcuno di molto grosso. Non posso dirti esattamente chi c’era dietro a tutto ciò, fatto sta che fummo davvero a un passo dal grande contratto discografico! Ma questa crisi delle case discografiche finì per prendere il sopravvento e tutto si congelò. Purtroppo quando le cose rimangono in stand-by per troppo tempo il più delle volte non se ne fa niente. Bisogna essere nel posto giusto al momento giusto. Sicuramente possiamo dire che non dipese da noi ma da qualcosa di molto più grande, perché per quanto ci riguarda  abbiamo sempre dato il massimo credendoci fino in fondo. Sempre!

Hai qualche aneddoto sulla vostra esperienza live americana? Come recepiva il pubblico yankee la vostra proposta?

Aneddoti ce ne sarebbero mille davvero, esperienze così, sono uniche e te le porti dietro per tutta la vita. Già dal primo viaggio, nel 1988, la nostra vita cambiò radicalmente non appena mettemmo piede sul Sunset Strip di quei tempi. Non saremmo mai voluti andar via! La prima volta fu un po’ una toccata e fuga ma fu quella che ci diede la carica per tutto quello che sarebbe venuto appunto dopo. Nel 1992 ritornammo per quattro mesi, suonando in molti club e ci rendemmo conto che le cose non erano affatto facili nemmeno lì. Passavamo dai momenti fantastici dei live a dover vivere la vita di tutti i giorni. In quel periodo, scoppiò addirittura la sommossa razziale dovuta al caso Rodney King e ci siamo trovati davanti a situazioni di vera guerriglia urbana con addirittura il coprifuoco notturno e i carri armati che giravano per la città. La nostra sala prove, dove avevamo gli strumenti (praticamente tutti i nostri averi!), era in una zona impossibile da avvicinare senza rischiare la pelle e quindi potete immaginare in che stato d’animo vivevamo quei momenti. Abbiamo tenuto dei bellissimi concerti al Whiskey, all’FM Station o anche allo Spice dove il pubblico cominciò ad apprezzarci dopo averci visto solo 2-3 volte. Tutto questo per cercare di far capire ai ragazzi di oggi, ma anche ricordare a chi l’ha vissuto con noi, che cercare di “sfondare” spesso vuol davvero dire  essere pronti a tutto o quasi. Ora certe cose sono più facili forse, non c’è più tanta voglia di sbattersi fino alla fine per quello in cui credi.  Ecco, noi dei DZ ma anche molti dei musicisti con cui ho avuto la fortuna di lavorare, siamo vecchio stampo. La passione e la volontà non ci mancano e adesso, più che allora, i carri armati non basteranno a fermarci!

In sede di recensione ho definito il tuo timbro di voce un’incrocio tra Don Dokken e Ted Poley dei Danger Danger. Ti riconosci? Ma soprattutto quali sono i tuoi riferimenti vocali?

Beh, negli anni ho sentito molte opinioni sul cercare di avvicinarmi ad un determinato cantante piuttosto che ad un altro. Ricordo che qualcuno negli anni 80 mi accostava a Graham Bonnet. Ti ringrazio, i nomi che fai tu sono sicuramente davvero di valore. Io posso solo dirti che i miei cantanti preferiti di sempre sono Paul Stanley dei Kiss e Steve Walsh dei Kansas. Due stili profondamente diversi ma che mi hanno molto influenzato artisticamente. Ma una cosa è certa, anche quando faccio il tributo ai Kiss, per esempio, ho sempre cantato con la mia voce! Non mi sforzo di assomigliare a nessuno! Se poi questa ricorda un cantante piuttosto che un altro, meglio così! Finchè sono i cantanti a cui fai riferimento tu, sono felice del paragone hehehe!

Una volta sciolti i Danger Zone, in quali altri progetti vi siete lanciati tu e i tuoi compagni?

Appunto come ti dicevo prima, io ho avuto un buco artistico dal 1992 (quando tornai molto deluso dagli States) fino al 2000. Poi con calma ripresi a comporre un po’ di brani solo per vedere se ne ero ancora capace, ma fu alla fine del 2001 che decisi di mettere sù un tributo ai Kiss. Tutto partì con la voglia solo di divertirsi, il fatto è che oggi dopo tanti anni continuo ancora a farlo con gli stessi musicisti di allora (quest’anno festeggiamo i 10 anni di tributo ai Kiss!). Sembra una stupidata dover parlare di un tributo e non di musica originale, ma proprio questo progetto mi ha aiutato molto nel crescere anche musicalmente e con il tempo mantenere uno standard di preparazione musicale che ora con i DZ risulta essere molto importante! Gli altri miei progetti sono i Live 4 Win tributo a Paul Stanley solista e naturalmente gli Spitfire (la mia prima band in assoluto) con i quali ho inciso “Time & Eternity” per la MyGraveYards nel 2010. Poi diverse collaborazioni con artisti internazionali (in primis George Lynch) al festival e alla fiera di Bologna. Insomma grandi soddisfazioni negli ultimi anni, sembra quasi mi stia riprendendo un po’ di rivincite personali.

Roberto ha suonato e collaborato con moltissimi artisti italiani e ora è produttore affermato soprattutto nel campo del rock metal oltre a insegnare chitarra e tecniche di registrazione.

Paolo invece è da 20 anni praticamente titolare di un negozio di batterie, insomma è rimasto sempre anche lui dietro le pelli! 

Giacomo, nel ringraziarti ancora per la disponibilità, ti lascio chiedendoti ora, dopo la pubblicazione di “Line Of Fire”, cosa ci dobbiamo aspettare in futuro dal mondo dei Danger Zone?

Stiamo già lavorando sodo sulla scaletta live che presenterà delle belle sorprese per chi si ricorda di tutti i nostri “vecchi lavori”. Poi abbiamo già scritto diversi pezzi nuovi con lo scopo di incidere un album che vedrà la luce nel 2012. Per ora cerchiamo anche di goderci questa uscita così “tardiva” di “Line Of Fire”, consapevoli che sarebbe stato un peccato lasciarlo ancora in un cassetto. Considerato anche le copie pirata che stavano girando era giusto chiudere definitivamente questo cerchio in maniera ufficiale. Ora ce lo godiamo un pochino come è giusto che sia, ma poi sotto con grinta! Ora più che mai abbiamo una gran voglia di suonare la nostra musica ovunque, iniziando proprio da venerdì 25 febbraio al Sottotetto di Bologna! Non vediamo l’ora di salire sul palco e alzare gli amplificatori al massimo!!

Grazie a te e tutti i fan del metallo italiano per l’affetto che ci avete dimostrato alla notizia del nostro ritorno!!!

A presto!!

Ragazzi avvisati, vietato mancare!!

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