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Dammercide – Recensione: The Seed

Esattamente a vent’anni di distanza dall’esordio “Link” pubblicato da Negatron Records, ritroviamo con estremo piacere i cult heroes Dammercide, in una veste davvero nuova (nonostante questo modo di dire sia abusato, in questo caso i piemontesi hanno davvero cambiato pelle).

Se infatti il pirotecnico debutto si muoveva in territorio death metal tecnico irrorando già il tutto con una componente progressive davvero intelligente e non banale, oggi i vercellesi stemperano (in parte) l’aggressività senza perdere un’oncia d’inventiva anche, probabilmente, per i cambi di formazione a cui sono andati incontro in questo lungo periodo, schiaffandoci in faccia un “The Seed” tutto da scoprire.

“Octagon” ha un andamento che non può non ricordare i Voivod ed il lavoro delle chitarre avrebbe reso fiero anche il compianto Piggy; le linee vocali sono ostiche e vi serviranno svariati ascolti per capire dove ci vuole condurre Fabio Colombi, cantante che per timbro e interpretazione mi ha ricordato in più di un passaggio (quelli aggressivi) Ron Royce dei Coroner e proprio Snake dei Voivod.

“Hunter” è leggermente più ariosa nelle aperture anche se la doppia cassa di Enzo “Rotox” Rotondaro (Glacial Fear) detta il ritmo in maniera ossessiva; lo squarcio melodico sul finale rimanda direttamente ai momenti più soft dei Cynic (band palesemente presente nel DNA dei nostri dai loro primi passi artistici).

Quando si ascolta un prodotto così ricco di particolari, soprattutto negli arrangiamenti, risulta davvero fastidiosa la voce ricorrente che ti ricorda che si è all’ascolto di una copia promozionale dell’album perché si ha la sensazione di perdersi passaggi essenziali per l’economia del pezzo. Ad esempio l’armonizzazione delle tre chitarre (l’ingresso di Demetrio Scopelliti (Arcadia) ha innalzato ulteriormente il livello tecnico) è studiata nei minimi dettagli e le parti soliste sempre egregie come in “The Godfader” e com’era certo già il caso su “Link”.

“The Artifact” è un altro esempio lampante della cura estrema dei dettagli, con lancinanti vocals di stampo post metal che non rovinano l’impatto melodico; “Spider” aggiunge un tocco techno thrash alla paletta già variegata di “The Seed” (sotto genere peraltro già “masticato” dai nostri fin dagli esordi) ed è il classico pezzo che cerchi di figurarti proposto in sede live per la forza coinvolgente che possiede.

“The Comet”, grazie alla coppia Rotondaro/Decovich, è ritmicamente pazzesca e fluida… su una base del genere l’innesco delle già citate tre chitarre non può che “impacchettare” un vero gioiellino in musica; infine, nella conclusiva “The Roots”, troviamo anche dei passaggi acustici, che in realtà sono disseminati in tutto l’album, e che danno l’idea di come questa band sappia incanalare le proprie doti di songwriting in diverse direzioni facendo quasi sempre centro perfetto.

Sulle pagine virtuali di Metallus avevamo già affermato, nel lontano anno 2000, come i Dammercide fossero da considerare all’avanguardia, proprio perché sembravano rappresentare il futuro di un certo modo intelligente di fare metal; vent’anni dopo possiamo confermare la ritrosia dei nostri conterranei ad intraprendere una qualsivoglia linea già tracciata da determinati correnti musicali ma, al contrario, confermare come si pongano, ancora una volta, come faro guida di un movimento underground dove inventiva e abbattimento dei generi sono eretti a rappresentanza dell’avvenire della nostra musica preferita.

Piccola postilla per quanti (spero molti) cercheranno di accaparrarsi una copia di “The Seed”il formato fisico uscirà per l’attivissima Punishment 18 non appena sarà possibile determinare una release date (l’accordo con la nuova label è avvenuto proprio in concomitanza con l’esplosione dell’emergenza Covid-19).

Che ritorno ragazzi!

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