Cruzh – Recensione: The Jungle Revolution

Avevamo ben tratteggiato le origini dei Cruzh in occasione della recensione del loro omonimo album d’esordio: era il 2016 e, nonostante le chiare citazioni di Bon Jovi, Bryan Adams e Def Leppard, gli svedesi si dimostrarono in grado di consegnare ai posteri una “tracklist degna di rispetto” alla quale avrebbe fatto seguito, cinque anni più tardi, l’ingresso di un nuovo cantante e la pubblicazione di un altro disco piuttosto convincente. In virtù di questa parabola ascendente, il terzo lavoro della band scandinava assume un’importanza fondamentale: se la terza prova ha sempre e da sempre il compito di confermare una volta per tutte le capacità e la continuità di una formazione, nel caso dei Cruzh e della loro decennale carriera l’attesa per “The Jungle Revolution” è sostenuta dall’ingresso di un secondo chitarrista (Johan Öberg) e dalla promessa di un ritorno al suono grezzo e fisico delle origini. Lungo quasi cinquanta minuti, il nuovo disco si apre – in realtà – sulle note piuttosto dolci ed ordinate di una title-track più di continuità che di rottura, sulle onde cavalcate dai norvegesi Wig Wam. La canzone è di quelle abbastanza anonime nelle parti che gravitano attorno al ritornello, salvo presentare un guizzo al momento del chorus e – come in questo caso – dell’assolo di chitarra.

Nonostante non ci si allontani poi molto dalle buone cose degli anni ottanta, alle quali i nostri rimangono evidentemente affezionati (come l’uso delle tastiere conferma), i Cruzh si sforzano di aggiungere corpo ai loro brani mediante un lavoro accurato che riguarda soprattutto l’arrangiamento di voci, cori e chitarre: se dal punto di vista della sezione ritmica non c’è molto per cui valga la pena scrivere a casa, il cantato di Alex Waghorn ed i cori con i quali esso è efficacemente sostenuto spostano tutto il focus sulle linee melodiche, concedendo alle chitarre ritmiche l’onore/onere di rendere il resto un pelo più croccante (“Angel Dust”)… per quanto l’ingresso di un secondo chitarrista non abbia apportato – almeno in studio – un supporto tale da condurre veramente i Cruzh altrove. La direzione scelta da queste facce pulite e ben pettinate è di quelle che pagano soprattutto dal vivo, quando agli strumenti si consente di esplodere in modo più genuino ed auspicabilmente fuori controllo: su Compact Disc™ “The Jungle Revolution” rimane invece educato e compresso, ai limiti dello scolastico (“At The Radio Station”) ed in linea con le registrazioni anni ottanta alle quali dichiaratamente si ispira… ma senza comunque che l’efficacia canterina dei suoi nostalgici ritornelli (“FL89”, il primo singolo) ne risulti gravemente compromessa.

In virtù di questa impostazione, conservativa e comprensibile allo stesso tempo, le tracce vocali, caratterizzate da un’interpretazione più appassionata, sono quelle dotate del potenziale maggiore: è il caso ad esempio di un’intimissima “From Above” o di una “Killing In The Name Of Love” nella quale Waghorn sembra osare e spingere con più convinzione, rivelando un’estensione ed una duttilità che altrove non sono così evidenti. Quando invece il guizzo o l’idea vincente non arrivano, il rock dei Cruzh vira verso una mediocrità democraticamente estesa ai testi (“Winner”) e che tutto sommato non gli appartiene (“Split Personality”, o peggio ancora il blues annacquato di “Sold Your Soul”) ma che potrebbe servire a metterli in guardia, ed eventualmente al riparo da ulteriori derive.

Diciamola tutta: “The Jungle Revolution” è un degno successore di “Tropical Thunder” ma non rappresenta quel definitivo salto di qualità che la sua presentazione lasciava presagire. Il disco arriva con una scaletta sicuramente solida e che farà felici i fan, soprattutto coloro i quali avranno la possibilità di vedere dal vivo una band esperta e preparata che può ormai contare su una selezione di brani piuttosto ricca. Quanti invece dovranno accontentarsi dell’ascolto su disco, potranno accompagnare cantando un rock sbarazzino e melodico (“SkullCruzher” bella e ripetitiva in egual misura) che continua a mettere il puro intrattenimento – e non certo la volontà di evolvere – al primo posto. Non che sia una colpa, certo, però…

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2024

Tracklist: 01. The Jungle Revolution 02. Angel Dust 03. FL89 04. Killing In The Name Of Love 05. SkullCruzher 06. At The Radio Station 07. Split Personality 08. Sold Your Soul 09. From Above 10. Winner 11. Gimme Anarchy
Sito Web: facebook.com/cruzhofficial

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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