Cruachan – Recensione: The Living And The Dead

Nuovo album per i Cruachan, tra i padri fondatori del genere folk metal e, a mio parere, tra i più apprezzati anche per la loro abilità di accontentare un’ampia gamma di ascoltatori, dai fan del black metal ai metallari più classici. A 30 anni dalla loro nascita e con una line-up parecchio rinnovata, gli irlandesi si mettono alla prova e il risultato, vi anticipo, è ottimo. Ogni brano, diverso dal precedente, è una lezione di folk metal duro e puro, lontano dalle mode e dai modernismi, basato sulla tradizione musicale e folkloristica dell’isola di Smeraldo.

Si parte con l’intro strumentale “The Living” per poi scontrarsi subito con uno dei pezzi più pesanti dell’intero album, “The Queen“, che balla su una linea sottile tra la rabbia del black metal, un incedere epico e la leggerezza degli strumenti e dei ritmi tradizionali.

The Hawthorn“, pur essendo completamente diverso, rimane stupendo. Una lenta cantilena acustica si trasforma in un brano metal mantenendo un giro accattivante e ipnotico. L’album non perde mai colpi e neanche la successiva “The Harvest” rallenta l’altalena di sensazioni che scorrono senza un attimo di respiro. Segue poi il gradevole intermezzo strumentale “The Festival“.

In “The Ghost” abbiamo come ospite Mathias Lillmåns dei Finntroll per un brano che unisce le due band, andando forse un po’ verso le caratteristiche dei finlandesi. Torniamo solo apparentemente in territorio più tranquillo con “The Crow“, che accelera decisamente a metà brano per poi rallentare andando verso il finale. Segue la ruvidissima “The Reaper“, mitigata solo da una parte centrale struggente.

The Children“, nella sua semplicità, vi riecheggerà nelle orecchie per molti giorni, mentre “The Changeling” sembra quasi una danza in cui le voci degli ospiti Nella e Jon Compling si intrecciano. Giungiamo alla fine con “The Witch“, con Stu Dixon dei Venom come ospite, per un pezzo con sonorità vicine ad un hard rock festoso, e con la conclusiva “The Dead“, a tratti struggente e a tratti aggressiva. 

Quello che abbiamo appena finito di ascoltare è un album senza alcun dubbio imperdibile per gli amanti del genere. Ogni canzone muta rapidamente come il cielo d’Irlanda e quando si pensa di averla capita, ci sorprende con un cambio repentino e inaspettato.

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