Criptopsy: Live Report della data di Bresso (MI)

Serata all’insegna della brutalità musicale più sfrenata, quella che ha visto di scena all’Indian’s Saloon di Bresso (MI), la tappa italiana del tour europeo di una delle più importanti e significative brutal death band del momento: i Cryptopsy. A dare il via alle “esecuzioni di massa”, ci sono i Brainwash, formazione milanese che il sottoscritto riesce puntualmente a perdersi, nel tentativo di uscire vivo dal caos automobilistico del capoluogo lombardo (ma lo coreografano apposta così???); Tocca così alla prima formazione prevista ufficialmente dal programma, i tedeschi Spawn. Brutal death classico, con forti riferimenti ai maestri d’oltreoceano del genere, in primis Cannibal Corpse e Brutality, il quintetto teutone, attivo fin dal 1988 col nome di Mortal Viruz, presenta brani tratti dal loro, finora, primo full-lenght “Systems Full of Victims”. Grande potenza, riff compressi ed una voce talmente gutturale che, delle volte, appare anche un po’ fuori contesto, sono le caratteristiche del five-piece tedesco, che alterna assalti devastanti a qualche mid-tempos roccioso, sempre in linea con la old – school della costa atlantica. Non certo originalissimi ed anche un po’ legati sotto il profilo della presenza scenica, i cinque brutal deathers europei, però, scaldano a dovere il pubblico e concludono la performance che si aggira su di una meritata sufficienza, con la cover di “Refuse/Resist” dei Sepultura, dove la voce ultra cavernosa degli Spawn, appare un’altra volta eccessiva e poco consona, ma tutto sommato, il pubblico sembra gradire.

Rapido cambio di palco e ci troviamo di fronte ad un’altra band proveniente dalla Germania: i Profanity. Come è vero il detto che l’apparenza inganna! I tre componenti della band di Augsburg hanno un’aria apparentemente fin troppo tranquilla, specialmente Tom, cantante e chitarrista, che potrebbe essere un perfetto personaggio per Zelig, ma a confronto degli Spawn, non ha certo l’aria del truce deather; mai fidarsi della prima impressione! Con all’attivo due split Mini CD e due realese ufficiali, i Profanity offrono una prestazione convincente ed accattivante, nonostante i pessimi suoni della chitarra di Tom. La loro proposta, un death brutale, ma tecnico e nevrotico, dove spicca il lavoro di Armin alla batteria, coadiuvato dall’ottimo bassista Martl, sembra far presa sul pubblico (che sta lentamente aumentando, rispetto al centinaio di persone di inizio serata). La dinamica e la buona fantasia del songwrriting, unito ad un’insospettabile  ma efficacissima presenza scenica, mostra una band che sembra aver le idee abbastanza chiare e potrebbe riservare sorprese per il futuro, visto che stanno promuovendo il loro ultimo lavoro “Humade Me Flesh”. Unico neo nel loro stile, l’incaponirsi di Tom su toni bassissimi da classico gruppo brutal, dove, forse, sarebbe necessario un cantato più acuto ed aspro. Un gruppo che, comunque, risulta interessante con il sua death tecnico e nervoso, in grado di tenere alta la tensione.

Ora capisco come gli spagnoli siano riusciti a sconfiggere gli arabi durante la riconquista della Spagna! Avevano gli Haemorrage tra le prime file ad incutere timore agli avversari (o a farli piegare in due dal ridere)! Quattro assoluti ed irrefrenabili maniaci delle sale operatorie che si divertono a condire i loro brani diretti e distruttivi, frutto di un’intelligente e bilanciata mistura di grind, hardcore punk, e thrash-core, con testi per metà in inglese e per l’altra in lingua madre, che narrano di succulenti dissezioni dell’apparato digerente e dello splendore della necrosi cellulare, con titoli quali “Necrotic Garbage”. Questo sono gli Haemorrage, capitanati da un front tanto psicotico, inarrestabile e delirante durante le sue performance (vocalmente ottime! Possiede una voce aspra e violenta, a tratti anche blacky, che si sposa a meraviglia con il semplice tessuto dei loro brani), quanto sereno e gentile nel dialogare col pubblico, che ormai ha raggiunto un numero di circa 200 – 250 spettatori, e si scatena in un pogo forsennato acclamando i quattro “macellai” iberici. Energia, follia, sadismo, il tutto condito con quell’acida auto ironia tutta spagnola, sono gli ingredienti del teatro dell’orrido messo in mostra dalla formazione iberica, che merita il seguito da culto che è riuscita a crearsi. Ottimi per un party con buffet (o per un’autopsia in simpatia!).

Se l’ironia degli Haemorrage a cominciato a far muovere il pubblico dell’Indian’s Saloon, c’è bisogno di altro per far raggiungere la velocità necessaria per la fusione termonucleare delle anime presenti domenica sera nel ristretto, ma acusticamente apprezzabile, locale milanese. Ed i Cryptopsy sarà l’acceleratore di queste particelle umane. Salgono sul palco con la stessa imperiosità con cui un cacciabombardiere Tornado invade il cielo sopra il suo bersaglio, e subito si capisce che qualcosa di terribile sta per accadere. Suoni possenti, chirurgici e precisi come missili Tiger, compattezza della band simile alle schiere di un esercito pronto per l’assalto frontale e la volontà ferrea di lasciare danni permanenti: questo rende attualmente il five-piece franco – canadese una delle migliori realtà del panorama brutal death mondiale, con la loro musica sì canonicamente veloce, compressa e senza compromessi, ma dotata di quella perizia tecnica, di quella fantasia ed irrequietezza del songwriting, che fa emergere la loro proposta in mezzo al marasma di molte band che si limitano a copiare. La tattica offensiva scelta vede l’impiego dei brani tratti dal loro ultimo (ed a parere di chi scrive, il migliore!) lavoro “…And Then You’ll Beg”, ma sul pubblico, che reagisce immediatamente, come glicerina che viene a contatto col nitrato, verranno gettate anche track prese da “None So Vile”, “Whisper Supremacy” e “Blasphemy Made Flesh”. A scandire le liriche di morte del combo nord americano non abbiamo più la voce catacombale di Mike Di Salvo, ma il nuovo acquisto Martin Lacroix, che non sembra certo intimorito dall’eredità che pesa sulle sue spalle. La sua performance è devastante, grazie alla sua voce più aspra e classicamente death, in grado di abbracciare anche toni più alti e diventare così, una lama che la lacera le carni, prima che queste vengano dilaniate dal resto dei componenti della truppa d’assalto canadese. “…And Then It Passes”, l’opener del loro ultimo lavoro, può essere visto come un estratto esemplare per lo show dei Cryptopsy: essenzialità, feroce, precisione e la lucida follia del quintetto canadese, dove il batterista Flo Mournier è stato autore di un drumming distruttivo quando pregevole e ricco di stacchi e cambi di tempo. La potenza della formazione americana ha scatenato il mosh tra il pubblico il quale, nonostante il numero non elevato, ha generato una notevolissima intensità energetica. Asciutti nel dialogo con l’audience, ma coinvolgenti nel momento delle canzoni, i Cryptopsy hanno offerto il meglio del loro repertorio, mischiando rabbia, brutalità e stacchi virtuosistici nel mezzo della battaglia, quasi flash back di folli ricordi nella mente tormentata del più freddo e calcolatore degli omicidi. Un’ora o poco più d’intensissimo death metal, ma che ha confermato come la classe dei gruppi che hanno carisma ed idee, vada ben oltre i confini dei generi e riesca ad emergere sempre nella dimensione live. Come dicevano gli Waka Waka “…grande fermo immagine al momento del massacro!”.

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