Metallus.it

Crippled Black Phoenix – Recensione: Bronze

Sesto album per il collettivo Crippled Black Phoenix, formazione che ruota intorno al polistrumentista Justin Greaves, coadiuvato da Mark Furnevall (synth), Daniel Änghede (voce principale) e una schiera di collaboratori per la produzione di questo nuovo “Bronze” su Season Of Mist: dieci tracce con durate anche importanti che si alternano fra rock, post-rock,progressive e doom in una proposta particolarmente succulenta per gli amanti di queste sonorità.

“Dead Imperial Bastard” è un’intro in cui synth e pulsazioni di frequenze basse la fanno da padrone accompagnando estratti da registrazioni di film riguardanti temi oscuri e sfociano in “Deviant Burials”, più canonicamente rock e simile a certe cose dei Ghost, vuoi per la voce, vuoi per quel mood 70’s accompagnato da venature doom che riesce a piazzare un buon colpo e precede “No Fun”, che presenta vocals più ondeggianti su una base leggermente più hard. Il blues di “Rotten Memories” è corredato di ottimi giri melodici ai quali il pianoforte dà il giusto senso di profondità e nel finale si interrompe bruscamente con un arpeggio di synth che lascia lo spazio, senza soluzione di continuità, alla successiva “Champions Of Disturbance (Pt. 1 & 2)”, che in nove minuti si apre fra suoni spaziali e loop di chitarra fino a crescere, acquistare velocità ed esplodere per tornare su binari rock e concludersi, vivendo nei suoi nove minuti, fra voci robotiche.

“Goodbye Then” è un sogno carezzevole e liquido, con un qualcosa di tribale dato dalla batteria smorzata, prima della chitarra acustica in apertura di “Turn To Stone”, che lancia un mega riff che non avrebbe sfigurato negli anni ’80 e segna uno dei brani migliori, chiuso da una jam session spaziale azzeccatissima; la voce femminile di Belinda Kordic caratterizza “Scared And Alone”, pezzo suggestivo con un ottimo crescendo dall’entrata della batteria e la presenza di fiati prima delle finali “Winning A Losing Battle”, più oscura e sinistra anche grazie al break di rumori senza strumenti, e la finale “We Are The Darkeners”, dall’inizio epico che si protrae nel suo incedere doom settantiano e si stempera in un finale più rockeggiante.

“Bronze” è un lavoro veramente buono, non in cerca di facile riscontro o di soluzioni melodiche immediate ma che conferma i Crippled Black Phoenix come gruppo maturo e capace.

Exit mobile version