Metallus.it

Cripple Black Phoenix – Recensione: The Great Escape

Pur impegnati in varie ed eterogenee esperienze (Electric Wizard, Iron Monkey, At The Gates, The Crown, Astroqueen, come pure i più truci Bombs of Hades), gli otto Cripple Black Phoenix hanno saputo mantenere un’attività costante, nei loro quattordici anni di vita, testimoniata da un’intensa produzione discografica, di cui “The Great Escape” rappresenta (se non ho contato male) l’undicesimo tassello.

Preso atto della definitiva presa di distanza dall’affascinante folk desertico venato di psichedelia che ne aveva caratterizzato gli esordi (“A Love of Shared Disasters”) e terminata la curiosità per la presenza, su Season of Mist, di un suono che sarebbe naturale vedere distribuito da Prophecy o K-Scope, si passa all’ascolto di un disco che, con un po’ di delusione, si rivela di qualità piuttosto altalenante. Partiamo dalle note positive: la suite che da il titolo del disco è un piccolo capolavoro di stile, venti minuti in cui l’iniziale desolazione post-rock cede il posto ad un’epicità decadente per poi riuscire, nella seconda parte, a coniugare felicemente gli ultimi Ulver ed i Pink Floyd. Nondimeno, il primo estratto “To You I Give” rivela, al netto dell’eccessiva durata, una melodia degna dei migliori Solstafir,  mentre la grazia sospesa di una ballata folk come “Black Rain, Heavy Reign” lascia letteralmente senza parole. Peccato quindi che tanta bellezza sia sciupata all’interno di un lavoro dall’ispirazione discontinua, con strumentali a dir poco interlocutori (“Uncivil War pt. 1“), pezzi basati su buone intuizioni che perdono la bussola per colpa di un minutaggio eccessivo (“Times, they’re a’raging“), richiami ormai abusati ai Depeche Mode (“Madman“) e canzoni semplicemente brutte (“Los Diabolicas“).

Col senno di poi, “The Great Escape” sarebbe stato un clamoroso EP (includendo nella tracklist anche il curioso e ben riuscito mix di Anathema e My Bloody Valentine di “Nebulas” ed i richiami shoegaze dello strumentale “Slow Motion breakdown“), mentre rimane un disco irrisolto, a tratti addirittura indigesto, che lascia, alla fine dell’ascolto, l’impressione di un’occasione sprecata. Menzione di merito alla stupenda copertina.

Exit mobile version