Cream – Recensione: Wheels Of Fire

Come ben sappiamo, la Londra di fine anni ‘60 è stata in ambito culturale e artistico un’autentica fucina di creatività e innovazioni, da cui è nato tantissimo di quello che, nella cultura, nelle tendenze, nella moda e ovviamente nella musica, sarà spunto fondamentale per tutto ciò che seguirà. In quel clima culturale, uno dei fenomeni più importanti era stato il cosiddetto British Blues, ovvero la riscoperta britannica della musica più importante e viscerale creata dagli afroamericani alcuni decenni prima. Alfieri del movimento e autentica fucina di talentuosissimi musicisti, erano stati i Bluesbreakers di John Mayall, band in cui avevano militato due strumentisti di primissimo piano: il chitarrista Eric Clapton (già famoso con gli Yardbirds), e il bassista cantante Jack Bruce, forte di esperienze con Alexis Corner, Manfred Mann e la band di Graham Bond, che alla batteria aveva Ginger Baker, con esperienze precedenti soprattutto in ambito jazz. Saranno questi i membri di uno dei primissimi power trio della storia del rock. Unite le loro forze nel 1966, sceglieranno il nome di Cream, che significava che nella band c’era la crema della scena musicale di allora, e vista la caratura enorme dei musicisti coinvolti, certo non si poteva dar loro torto. In un percorso durato appena tre anni, daranno una svolta fondamentale a tutto ciò che era stato ascoltato fino ad allora, introducendo, soprattutto dal vivo, un appesantimento sonoro, un uso di riff massicci e, sempre in sede live, di lunghe improvvisazioni in cui sfoggiavano tutte le loro capacità in un grande equilibrio creativo, tanto che da lì in poi accanto alla parola “rock” si è iniziato a premettere quell’ “hard” che costituirà l’inizio di tutto ciò che ascoltiamo. Il debutto è del ‘66 con “Fresh Cream”, dove le linee musicali cominciavano a delinearsi, ma è col successivo “Disraeli Gears” dell’anno successivo, che il loro stile verrà definito, anche grazie alla celeberrima “Sunshine Of Your Love”, uno dei primissimi pezzi definibili hard rock, in ogni caso uno dei brani più famosi e importanti della storia del rock. Quello che però verrà considerato la summa della loro opera sarà il terzo album, intitolato “Wheels Of Fire” del 1968, un doppio con il primo disco in studio e il secondo contenente le registrazioni live di una serie di concerti tenuti a S. Francisco. La produzione viene affidata a Felix Pappalardi (il bassista dei Mountain), che suonerà anche alcune parti e farà dei cori.

L’inizio con “White Room” è dei migliori, per quello che è uno dei pezzi più belli e classici della band, col suo inizio sinfonico, la bellissima linea vocale di Bruce, e l’andatura piena di groove, inframmezzata da splendidi assoli col wha wha da parte di Clapton. La cover di Howlin’ Wolf di “Sitting On Top Of The World” è uno dei contributi di Clapton al disco, ovvero di scegliere delle cover di brani blues (quelli originali sono tutti di Bruce o di Baker) ed evidenzia ancora il suo chitarrismo fluido e intenso. “Passing The Time”, scritta da Baker, è una nenia dalla dolce andatura psichedelica inframmezzata da interventi percussivi e di basso (che qui assume un ruolo di fatto solista) di grande efficacia, e “As You Said”, è un brano sostenuto da chitarre acustiche, violoncello suonato da Pappalardi, e cantato stralunato di Bruce. Un brano folk molto sixties è rappresentato da “Pressed Rat And Warthog”, recitato da Baker, e sostenuto dai suoi timpani, con interventi di strumenti a fiato e un breve solo finale di Clapton. Ma ecco che con “Politician” arriva uno degli altri brani migliori e più significativi dell’album, col suo riff di blues pesante, tipico di Bruce, che farà realmente scuola e sarà uno degli esempi più classici del rock blues che sta per diventare hard. “Those Were The Days” unisce una base solidamente rock ad un cantato delicato e uno splendido break solistico centrale, dove i tre musicisti danno il meglio e “Born Under A Bad Sign” di Brooker T. Jones, è un altro grande classico del blues, ancora con Clapton sugli scudi. La incalzante “Desert Cities Of The Heart”, dalla ritmica sostenuta e dai pregevoli assoli di chitarra chiude il primo disco.

Il secondo LP è dal vivo, registrato nei concerti dell’anno precedente in California, e l’inizio con “Crossroads” (cantato da Clapton) è di fatto uno degli altri grandissimi classici dei Cream. Il brano di Robert Johnson, riletto in chiave hard blues, è reso in maniera straordinaria, tutto gira a meraviglia, l’equilibrio fra i tre strumentisti è realmente miracoloso, e Clapton fa fare alla sua Gibson alcuni fra i più begli assoli della sua carriera. Qualsiasi rilettura in chiave rock di quel classico non può non passare da questa leggendaria versione. La versione di un altro classico blues, “Spoonful”, di Willie Dixon, si trasforma in una lunga jam di più di 16 minuti, dove, come nel jazz, i tre strumentisti vanno in assolo contemporaneamente, in grande libertà, ma senza slegarsi, riuscendo a creare un viaggio sonoro di straordinario fascino. “Traintime” è una cavalcata di batteria, voce e armonica (suonata da Bruce) ad imitare una locomotiva in corsa. Chiude “Toad”, da “Fresh Cream”, col suo magnifico riff pesante che lancia un interminabile assolo di batteria da parte di Baker.

Il disco ebbe un enorme successo, arrivando ai piani alti delle classifiche di numerosi paesi, ma tutto ciò non impedì lo scioglimento del gruppo alla fine dell’anno, disgregato da grandi, mai sopite tensioni interne dovute a tre forti personalità. Saluteranno con il semi postumo “Goodbye” del ‘69. Nelle carriere successive, quella di maggior rilievo è chiaramente quella di Clapton, che dopo aver rincontrato Baker per l’unico, splendido disco del supergruppo Blind Faith, proseguirà con l’esperienza Dererk And The Dominos e poi col suo raffinato, a volte un po’ ingessato rock blues con cui va tutt’ora avanti. Baker militerà in varie altre esperienze musicali (Fela Kuti, Baker Gruvitz Army, Hawkwind, ancora con Bruce e Gary Moore nei BBM e molto altro), per concludere la sua vita nel 2019. Bruce collaborerà con vari musicisti in ambito rock e jazz: Robin Trower, John Mc Laughlin, Ringo Starr e un’infinità di altri, anche se la situazione che preferiamo è quella con Leslie West e Corky Laing dei Mountain che produrrà il leggendario album “Why Dontcha”. Morirà nel 2014.

la musica dei Cream non è oggettivamente sempre stata all’altezza delle loro cose migliori, e anche questo “Wheels Of Fire” presenta qualche discontinuità, ma quando erano al meglio della loro ispirazione riuscivano a produrre brani fondamentali, degli autentici punti fermi della storia del rock. Certo è che l’approccio live e il sound che ne risultava , sono stati di autentica svolta, tanto da diventare a pienissimo titolo una delle band più importanti, innovative e significative di sempre.

Etichetta: Polydor Records

Anno: 1968

Tracklist: Disc 1: 01. White Room 02. Sitting On Top Of The World 03. Passing The Time 04. As You Said 05. Pressed Rat And Warthog 06. Politician 07. Those Were The Days 08. Born Under A Bad Sign 09. Desert Cities Of The Heart Disc 2: 01. Crossroads 02. Spoonful 03. Traintime 04. Toad

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