CobraKill – Recensione: Serpent’s Kiss

Non vado certo fiero del pregiudizio (positivo) con il quale mi accingo a recensire questo disco. Ma è più forte di me: se nella presentazione dell’album leggo “german” e “hard n’heavy” appaiati sulla stessa riga sento già che qui troveremo, per usare un’espressione dei nostri tempi, la proverbiale trippa per gatti. O forse no. Ad ogni modo, i Cobrakill – che già il nome è ultracool – sono una band proveniente da Augustdorf, il cui debutto sulla lunga distanza risale al 2020, anno della pubblicazione di “Cobratör”. Disco autoprodotto e stilisticamente ispirato alle gesta di Mötley Crüe, Judas Priest, W.A.S.P., Lizzy Borden e RATT che deve aver attirato l’amorevole attenzione di mamma Frontiers, se è vero che il successore “Serpent’s Kiss” esce oggi sotto il loro ampio e confortevole ombrello. Identificate dunque le torbide acque metal, rock, sleaze e glam nelle quali i Cobrakill amano sguazzare, è giunto il momento di ascoltare quanto l’agguerrito quintetto ha in serbo per noi. E siccome non c’è mai una seconda occasione per fare una buona prima impressione, il peso che grava sulle spalle di “Above The Law” non è certo ascrivibile alla categoria piuma. Incurante delle aspettative e delle responsabilità, il brano di apertura è un numero fisico e veloce che richiama in modo piuttosto evidente i primi e più spontanei Motley Crue: difficile quindi parlare di una vera e propria maturità, quando il tutto suona così inadulterato e diretto (vedi la batteria martellante di Toby Ventura ed il riffing di chitarra non propriamente elaborato), ma il coefficiente di divertimento e spensieratezza – come suggerito dalla rustica copertina, del resto – si attesta comunque su buoni livelli.

Non bisogna addentrarsi troppo all’interno della tracklist, comunque generosa, per capire che con la band fronteggiata da Nick Adams (che magari il vero nome è Steffan, Rudolph o Gunther) non è il caso di andare per il sottile: “Serpent’s Kiss” si rivela ben presto uno spudorato monumento al già sentito, per nulla interessato a proporre spunti personali o soluzioni che facciano dire “ehi, questi devono essere i Cobrakill!”. Come un disco elaborato da un’IA non troppo avanzata, tra i meandri di queste dodici tracce troviamo cow bell, assoli abbastanza scontati (“Bazooka”) e – forse la caratteristica più deludente – ritornelli affidati ad una ripetizione ostinata che in nessun caso si fisseranno nella memoria con facilità. Appurata la scarsa consistenza dell’impianto compositivo, si capisce che – almeno in questa fase – tutto ciò di cui i Cobrakill hanno bisogno è un semplice pretesto per tornare a calcare le scene perché questa, probabilmente, è la dimensione più congeniale alla loro nostalgica esuberanza. La loro è un’esaltazione divertita dei luoghi comuni, un allegro carrozzone (“Torture Me”) che dei grandi si accontenta di cogliere solo gli aspetti più ruvidi e superficiali, ignorando completamente ciò che ha fissato nella memoria le loro storie e le loro canzoni. I Cobrakill, al contrario, restituiscono uno spettacolo episodico e televisivo, ispirato a tanta della serialità contemporanea, nella quale si va a caccia dell’attenzione del pubblico con ogni mezzo, sperando di pescare nel mucchio grazie a stereotipi di facile e talvolta incomprensibile presa (“Concrete Jungle”). Uno spettacolo rispetto al quale il pur disimpegnato “T.M.T.T.80” dei nostrani Reckless sembra Operation Mindcrime dei Queensryche, tanto più eleganti e meglio oliati sembrano i suoi meccanismi.

Bisogna ammettere, perché l’onestà innanzitutto, che le canzoni più cadenzate permettono di cogliere un briciolo di anima in più, pur senza alimentare speranze eccessive: se sulla balladSeventeen” preferirei elegantemente soprassedere, “Razor Blade” presenta qualche buon momento prima di sfociare in un ritornello insapore, mentre “Same Ol’ Nasty Rock ‘n Roll” fa un po’ il contrario, con un chorus decente affossato da tutto il trascurabile resto. Un destino, quello di non riuscire a mantenere tutti gli elementi di un brano su livelli accettabili, che descrive in modo tristemente efficace la natura dell’album. Questi sprazzi di variabile inconsistenza non bastano, dunque, a cambiare le sorti di “Serpent’s Kiss”, un disco che in nessun caso può essere ritenuto all’altezza della grinta e della convinzione con la quale la band lo presenta e lo sostiene. Il suo però è un caso abbastanza unico, nel momento in cui l’interesse per questa realtà sguaiata si mantiene complessivamente inalterato nonostante la poca incisività del loro teutonico glam: il piglio col quale questi tedeschi interpretano anche le parti più banali lascia intuire come, al di là di un songwriting al momento dimenticabile, la forza della loro attitudine non ne sia affatto scalfita, e garantisca uno spettacolo sul palco trascinante e senza compromessi. Un dato di fatto molto ribelle e molto rock che pone il giudizio in uno stato d’inesprimibile imbarazzo, candidando questo lavoro al peggior disco del 2024, ma anche ad uno dei migliori.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2024

Tracklist: 01. Above The Law 02. Bazooka 03. Concrete Jungle 04. Razor Blade 05. Monstrous 06. Same Ol’ Nasty Rock N’ Roll 07. Torture Me 08. Hungry Heart 09. Seventeen 10. Silent Running 11. Ride My Rocket 12. Velvet Snakeskin
Sito Web: facebook.com/cobrakillrocks

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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