Cleanbreak – Recensione: Coming Home

Star di American Idol, il californiano James William Durbin è attivo discograficamente dal 2011 con almeno tre differenti formazioni: alla carriera solista ha infatti affiancato quella di frontman dei Quiet Riot e della band Durbin, con la quale un anno fa ha pubblicato “The Beast Awakens”. Oggi il camaleontico Durbin torna a riproporsi in una nuova veste, che lo vede fronteggiare un nuovo progetto al quale hanno collaborato Mike Flyntz (Riot V), Perry Richardson e Robert Sweet (rispettivamente bassista e batterista degli Stryper, e secondo alcuni musicisti ampiamente sottovalutati). Il progetto in questione prende il nome di Cleanbreak e si avvale di una folta schiera di compositori: oltre allo stesso Durbin, la lunga lista degli autori comprende infatti Alessandro Del Vecchio, Nasson (Sinner’s Blood, Chaos Magic), Marco Sivo (Poison Rose), Bill Hudson, Giancarlo Floridia e Alan Moise, assoldati col compito di mettere insieme un disco che omaggiasse il tradizionale sound dell’heavy metal statunitense. Anche in virtù della provenienza di esecutori e compositori, l’aspetto che più colpisce una volta intrapreso l’ascolto è quello prettamente melodico, esaltato tanto dalla voce pulita e ben impostata di Durbin quanto da una line-up che pare esaltarsi quando le cose girano melodicamente per il verso giusto. Lo senti nelle aperture rinfrescanti dei ritornelli, nel modo in cui assoli di chitarra dolcissimi vengono sorretti da un muro ritmico di aggressività convincente e perfino inaspettata (“Coming Home”), nell’esuberanza delle linee di basso che – grazie a Richardson – danno al disco quella sottotraccia scura che lo rende, appunto, metal.

Se la provenienza televisiva di Durbin potrebbe far storcere il naso agli ottusangoli come il sottoscritto, l’amore di Durbin per Metallica, Pantera, Judas Priest (omaggiati in “Cleanbreak”), Dream Theater, Guns N’ Roses, Iron Maiden e Mötley Crüe traspare chiaramente dalla sua passione interpretativa, dal sentirsi a suo agio anche nelle tracce più complesse dal punto di vista degli arrangiamenti (“Before The Fall”), da quella spinta che – pur non potendo ancora contare sulla statura del professionista consumato – rende ogni momento di questo disco un po’ sudato e speciale. Buona anche la varietà dei brani proposti in tre quarti d’ora abbondanti di musica: pur mantenendo una sua personalità di base, “Coming Home” approfitta delle tante mani che lo hanno composto per offrire tracce dal gusto più modern rock e sbarazzino (“Dying Breed”, “Dream Forever”) ed altre di stampo tipicamente metallaro (“Still Fighting”), finendo per assumere le sembianze di un variopinto caleidoscopio in grado di accontentare un po’ tutti gli estimatori di questo tipo di ascolti. Questa varietà non va peraltro mai a discapito del focus col quale il disco è stato realizzato, complice soprattutto una sezione ritmica che sembra farsi completamente carico di dare ai Cleanbreak la principale e più riconoscibile impronta distintiva. La batteria di Sweet, in particolare, gioca un ruolo di primo piano nel tenere sempre alta la tensione, contraddistinta da un tocco pesante che non ne compromette né l’agilità né una certa varietà stilistica. Tutte le canzoni viaggiano spedite e senza esitazioni, secondo una successione che pare particolarmente azzeccata: pur essendo per la maggior parte funzionali all’interpretazione del cantato, le piccole variazioni sul tema sono sufficienti ad evitare un effetto ripetizione, rendendo l’ascolto sempre fresco e – per questo – particolarmente adatto a contrastare l’afa (anche artistica) tipica della stagione estiva.

La cosa più bella che si può dire di “Coming Home” è che ascoltandolo hai davvero l’impressione che Durbin e compagni si siano divertiti un mondo nel realizzarlo, consapevoli di non voler realizzare una pietra miliare del genere ma allo stesso tempo convinti di poter confezionare un prodotto professionale, compatto e piacevole lungo tutta la sua durata. I limiti che è possibile rilevare sono soprattutto figli di un’impostazione stilistica che, privilegiando un approccio moderno ed in parte radiofonico (“Find My Way”), sacrifica volentieri un paio di strati di complessità a favore di un’ascoltabilità più immediata (“The Pain Of Goodbye”): il fatto che nonostante i proclami di Frontiers gli omaggi all’heavy tradizionale non siano poi così tanti rappresenta un piccolo rimpianto, ma anche una scelta lungimirante e razionale per una formazione assemblata (ok, chiamiamolo pure supergruppo) che in queste vesti “ultra-ortodosse” avrebbe forse goduto di una minore libertà creativa. Nel modo in cui la loro attitudine pulita e generosa si traduce in note e ritmo c’è tutto il piccolo/grande segreto dei Cleanbreak, autori di un solido debutto che non potrà non piacere agli ascoltatori che, per nulla scoraggiati da una copertina decisamente anonima, vorranno addentrarsi alla scoperta di un disco fatto bene.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2022

Tracklist: 01. Coming Home 02. Before The Fall 03. Dying Breed 04. We Are The Warriors 05. Dream Forever 06. Man Of Older Soul 07. Still Fighting 08. The Pain Of Goodbye 09. Cleanbreak 10. Fin My Way 11. No Other Heart
Sito Web: facebook.com/CleanbreakMetal

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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