Grave Digger: Intervista a Chris Boltendahl

Chris, ti chiedo innanzitutto di presentarci il nuovo ‘The Last Supper’. Un album molto anni ’80 si direbbe, ruvido e diretto come non accadeva da tempo…

“Certo, hai sicuramente dato una buona descrizione di ‘The Last Supper’. In un certo senso l’album segna un ritorno alle nostre radici, rispetto alle ultime produzioni è senz’altro più compatto e lineare. Un album di puro e semplice heavy metal dunque, molto anni ’80, come hai osservato. Abbiamo avuto la possibilità di comporre un disco del genere perché ‘The Last Supper’ non è un concept e non abbiamo dovuto adattare la musica alla narrazione di una storia. Inizialmente c’era l’intenzione di comporre un nuovo concept relativo all’Inquisizione Spagnola, ma poi abbiamo abbandonato l’idea.

Mi sono detto: “Ma sì, che m’importa? Ho una voglia matta di suonare del vecchio, sano heavy metal…” E così, ecco a voi ‘The Last Supper’!”

Niente concept dunque…eppure nell’album tutto, dall’artwork ai titoli delle singole canzoni, parrebbe riferirsi alla vita di Gesù Cristo, mi sbaglio?

“No, in effetti ci sono tre canzoni legate da un filo conduttore e che si riferiscono proprio ad episodi della vita di Gesù Cristo. Nelle altre canzoni trattiamo di avvenimenti reali, ispirati dai terribili fatti di cronaca più recenti e lo facciamo attraverso un simbolo, quello dell’Ultima Cena. In effetti ci sono molte ‘ultime cene’ nel mondo…Pensa al terrorismo, alla guerra tra gli U.S.A. e l’Iraq, al fanatismo religioso…E non parliamo solo di questo, ma anche, sempre attraverso una certa simbologia, di povertà, di economia, di politica.”

E qual è il punto di vista di Chris Boltendahl su quanto sta accadendo nel mondo?

“Provo un forte odio…odio, rancore e impotenza. Sono consapevole che ciò che sto per dire sia un luogo comune, ma è paradossale che nell’epoca tecnologica l’umanità debba ancora fare i conti con piaghe come la fame, le guerre e la miseria. Personalmente trovo fastidioso accendere la televisione ed essere bombardato da notizie che parlano di morti, feriti, attentati…

Da un punto di vista puramente professionale, voglio mostrare al pubblico che anche noi siamo in grado di scrivere testi impegnati. Anche una metal band può dire la sua su argomenti di questo tipo, non può limitarsi ad un background lirico di tipo fantasy.”

Tornando ad un discorso musicale, grazie alla sua compattezza di suond, il nuovo album parrebbe studiato nei dettagli per essere proposto dal vivo, che ne pensi?

“Assolutamente sì! Sul nuovo album ci sono delle canzoni anthemiche con un refrain che può essere immediatamente ricordato e cantato dall’audience. Ad esempio ‘The Last Supper’, ‘Desert Rose’, ‘Grave In The No Man’s Land’, ‘Crucified’, ‘Black Widows’…Abbiamo intenzione di proporre dal vivo una buona parte di pezzi tratti da ‘The Last Supper’ e di affiancarli ai nostri classici di sempre, quelli che eseguiamo d’abitudine: ‘Dark Of The Sun’, ‘Heavy Metal Breakdown’, eccetera.”

Ora vorrei il tuo commento su alcuni brani che mi hanno colpito in modo particolare. Iniziamo da ‘Hell To Pay’, un pezzo abbastanza particolare, dai ritmi piuttosto disarticolati e “moderni”…Sai che mi avete ricordato i Nevermore?

“Non saprei se prendere o meno come valido il tuo paragone…Di certo in questo brano ci siamo ritrovati a sperimentare e suona decisamente più oscuro e moderno rispetto a quanto abitualmente composto dai Digger. Le chitarre sono senz’altro più distorse ed hanno un sound differente rispetto ai nostri standard, ma considera che il riff portante è stato composto da H.P. Katzenburg, il tastierista della band nonché personificazione del “Grave Digger” on stage…un tastierista che si occupa delle parti di chitarra può dunque lasciare un segno differente.

Il brano inoltre doveva essere oscuro e inquietante poiché parla di un ragazzo molto preso dall’occultismo, da Satana e cose del genere. Il ragazzo subisce un forte fascino dall’Inferno e vorrebbe diventare un demone per poterci vivere…ma l’Inferno non è uno scherzo né un gioco, il Diavolo in persona dice al giovane che per rimanerci deve pagare un pegno molto pesante…Ecco perché ‘Hell To Pay’! (un gioco di parole che suona come ‘Inferno a pagamento’, n.d.a.)”

Passiamo a ‘Grave In The No Man’s Land’, un mid tempo dal groove che trascina, molto anni ’80 e soprattutto molto priestiano. Che ne pensi?

“Penso che in alcune parti si senta di sicuro l’influenza dei Judas Priest. Personalmente oltre ad essi trovo alcuni riferimenti ai vecchi Metallica, ma lo trovo soprattutto molto Grave Digger! Il brano è trascinante ma il testo non è molto piacevole. ‘Grave In The No Man’s Land’ (che si può tradurre come ‘una tomba nella terra di nessuno’, n.d.a.) parla di tutti quei soldati che sono morti lontani da casa, in una terra straniera, lontani dalla loro famiglia e dall’affetto dei loro cari. E’forse uno dei brani per i quali ci siamo lasciati maggiormente ispirare dalla guerra nel Vicino Oriente.”

E infine ‘Black Widows’. Personalmente è il brano che preferisco, un anthem tipicamente Grave Digger, veloce e maestoso. In alcuni punti mi ha ricordato ‘Dark Of The Sun’, tu che ne dici?

“Può essere…sai com’è, ognuno può vedere in un brano determinate influenze e poi è sempre interessante parlarne! Ti può essere sembrato simile perché i nostri anthems possiedono delle linee melodiche che tendiamo a riproporre di volta in volta. ‘Black Widows’ (‘le vedove nere’, n.d.a.) è il nickname con il quale vengono definite le terroriste della Cecenia, quelle donne che si vestono di drappi neri e arrivano a farsi saltare in aria con degli esplosivi per la loro causa…Terribile…Forse è il brano con uno dei testi più impegnati composti dai Digger…”

Ora levami una curiosità…dopo i Motley Crue, ora anche i Grave Digger possiedono una biografia, grazie a te Chris che ne sei stato il recente autore. Come ti presenti nella bio? Riveli il tuo lato più da rockstar oppure quello più umano?

“Sicuramente quello più umano. Non sono…uno come Ozzy Osbourne e non faccio parte dei Motley Crue, non possiedo la loro fama planetaria e mi sono sempre tenuto lontano da certi tipi di “esagerazioni”. Nella biografia parlo semplicemente di me stesso, della mia vita con la band…contiene la storia dei Grave Digger, da quando muovevamo i primi passi fino ad oggi, parlo delle varie esperienze in studio e on the road. Nulla di shockante come vedi. La biografia (‘Grave Digger – Die Definitive Biografie’, n.d.a.) per il momento è disponibile solo in tedesco e spero di trovare al più presto qualcuno che la traduca almeno in inglese per tutti i nostri fan fuori dalla Germania…Non è molto semplice però!”

Dopo la release dell’album avete pianificato un tour?

“Sì, e sarà piuttosto intenso. Verremo in a suonare in Italia a Febbraio. A proposito quando ci inviterete ancora ad un festival? In Italia non ne avete molti a parte il Gods Of Metal…Abbiamo partecipato al festival nel 1997 e nel 2003 ed entrambe le volte ci siamo divertiti. Abbiamo sentito un forte calore del pubblico ed un clima molto festoso…”

Nel 2000 veniste a suonare proprio dalle mie parti, nella cornice medievale del castello di Vigevano…ti ricordi?

“Vigevano? The Mosquito Hell!!! Oh my God, chi se lo scorda più??? C’erano più zanzare che pubblico pagante, ah,ah,ah!”

Bene Chris, per noi è tutto, ma prima di salutarci ti chiedo ancora una cosa: da ‘Heavy Metal Breakdown’ a ‘The Last Supper’, dopo vent’anni di carriera…chi è al giorno d’oggi Chris Boltendahl?

“Tutto sommato sono ancora un ragazzo semplice!”

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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