Meshuggah – Recensione: Catch 33

Il peggiore dei mondi possibili. È uno stato perverso di allucinazione, di claustrofobia, di ineluttabile impotenza. È come un labirinto di specchi: sempre uguale nonostante gli infiniti punti di vista diversi, senza uscita, nonostante ci si continui a muovere, pura manifestazione del caos, nonostante l’impeccabile ordine geometrico. Un’unica via di fuga: l’apatia. Gli specchi allora vengono infranti e si resta sospesi nel nulla, nel vuoto e nel silenzio. Entropia. Solitudine. Buio. Paura. Tutto scompare e allucinazioni tornano, più vive che mai, come se fuggire al dolore implicasse maggiore dolore. Come se fuggire al male fosse il male assoluto. Come se sfuggire alla morte non fosse altro che la fine della vita. Come se gli specchi non fossero altro che il riflesso di noi stessi. Il vero orrore e la vera follia sono dentro di noi, il labirinto siamo noi. E allora riapriamo gli occhi, fuggiamo ancora, torniamo nel labirinto di specchi con quel senso di sicurezza e protezione che ritroviamo nei luoghi che conosciamo bene. Ci rintaniamo lì, con la speranza che ci protegga, fino a esserne nuovamente sopraffatti, schiacciati, annichiliti, umiliati. Fino a rinunciare a noi stessi e perdere tutto nuovamente. Non c’è pietà, non c’è redenzione, non c’è salvezza, non c’è uscita. Questa è l’essenza dei Meshuggah nel 2005. Questo è Catch 33. MESHUGGAH – Intervista con Tomas Haake

Voto recensore
9
Etichetta: Nuclear Blast/Self

Anno: 2005

Tracklist: 01. Autonomy lost
02. Imprint of the un-saved
03. Disenchantment
04. The paradoxical spiral
05. Re-inanimate
06. Entrapment
07. Mind's mirrors
08. In death - Is life
09. In death - Is Death
10. Shed
11. Personae non gratae
12. Dehumanization
13. Sum

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