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Carpe Noctem – Recensione: Vitrun

I Carpe Noctem sono un segnale di quanto la scena estrema islandese non sia soltanto in ottima forma, ma abbia sviluppato dei tratti caratteristici interessanti e quasi esclusivi. “Vitrun” è il secondo album in studio del five-piece di Reykjavik e presenta nuovi e più affinati elementi rispetto al pur già interessante predecessore “In Terra Profugus”, allineando i Carpe Noctem a quello stile caotico ma altrettanto profondo e intellettuale di acts quali i Deathspell Omega, o i connazionali Svartidauði e Dynfari.

Conformi alle molteplici chiavi di lettura del panorama “post-“, i Carpe Noctem proseguono in un discorso lirico di carattere esistenzialista attraverso metafore con la mitologia norrena, narrate, o meglio gridate dallo screamng lacerato di Alexander, che solleva similitudini tanto con le derive intimiste del depressive, quanto con l’intransigenza della tradizione. Il gruppo propone infatti strutture quadrate e ricorsive in cui il famigerato tremolo picking la fa da padrone, per poi, in maniera del tutto improvvisa e all’apparenza illogica, spezzarle a favore di sonorità ben più dinamiche, pur sempre distorte, corrosive e con poche concessioni alla melodia propriamente intesa.

Non a caso, ad eccezione dell’ambient/industrial strumentale di “Úr Beinum Og Brjóski”, brano di rottura e momento atmosferico dell’album, le coordinate dello stesso viaggiano sulla velocità di esecuzione e strutture cacofoniche nervose. L’opener “Söngurinn Sem ómar á Milli Stjarnanna” mostra quanto l’impasto sonoro sia rigido e con gli angoli appuntiti (tanto che i paragoni con l’hardcore underground sono del tutto leciti). Ben presto però, la struttra ricorsiva che trae in inganno cede e la band ci colpisce con cambi di intenzione sorprendenti e “progressivi” in senso lato, rimarcando la bontà del bagaglio tecnico della sezione ritmica e i dialoghi intricati delle due chitarre.

Un album che riserva dai pezzi dal minutaggio lungo e complessi, pur senza risultare indigeribili. Citiamo ancora “Upplausn” dove i Carpe Noctem riservano un finale malinconico e introspettivo e la conclusiva “Sá Sem Slítur Vængi Flugunnar Hefur Náð Hugljómun” esempio di come un black metal caustico e belluino possa adattarsi alle esigenze contemporanee, attraverso un impasto sonoro intricato e muscolare. L’entità Carpe Noctem compie dei lunghi passi avanti, tra conferme e nuovi stimoli. Bravi e da scoprire.

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