Cainites – Recensione: Revenant

Dalla sua attività come batterista con i Deathless Legacy a quella di regista ed attore (molto interessante il tour de force di “Saturnalia”, ma anche l’evocativo “Temple Of The Rain” e la pruriginosa inarrivabilità di “Zora” dei Death SS), esperto di compositing ed effetti speciali, si può dire che la vita di Andrea “Frater Orion” Falaschi sia esattamente quella che avrei tanto desiderato io, che però alle mie passioni ho dedicato solamente fugaci sprazzi di impegno nella (vana) speranza che Illuminazione e naturale Talento avrebbero fatto il resto. E invece mi ritrovo, per punizione e contrappasso, dall’altre parte della barricata a dare giudizi che poi giudizi non sono, per carità, ma solo opinioni condivise ed intrise di ammirazione, invidia e colossali rimpianti. Fatta questa triste premessa, sorta di deprimente coming out del quale nessuno sentiva la necessità ma che almeno contribuisce a mettere a fuoco il livido punto di vista, è però il momento di parlare dei toscani Cainites, nuova impresa di Falaschi – qui anche nelle inedite vesti di cantante e tastierista – e Daniele Ciranna, bassista e chitarrista conosciuto durante il songwriting dell’ultimo disco dei pisani Motus Tenebrae. Nato con l’intenzione di offrire ai due delle nuove possibilità espressive, evidentemente non contemplate all’interno delle band nelle quali essi sono già coinvolti, il progetto si avvale di un impatto visuale in salsa Powerwolf ormai inflazionato, peraltro già esplorato da Falaschi in un altro progetto dello scorso anno e del quale avevo parlato in termini non del tutto positivi: qui però il concept risulta più forte ed elaborato, focalizzato su un contrasto tra corpo e spirito raccontato attraverso le tormentate gesta di un gruppo di “preti ortodossi vampiri”. La vera novità è rappresentata dalla scelta stilistica che, abbandonato il power/doom, si rivolge in questa occasione ad un cupo death melodico che rende la proposta più aspra e stuzzicante, consigliata – nelle parole di Scarlet Records – ai fan di Insomnium, Paradise Lost, My Dying Bride, Tribulation, Septic Flesh e The Vision Bleak.

Introdotto da una copertina che ricorda inequivocabilmente “Nosferatu – Il Vampiro”, film del 1922 diretto da Friedrich Wilhelm Murnau, “Revenant” si apre sulle note non ariose di “Darkness Awaits”, un brano che se da un lato si presenta su coordinate decisamente death, dall’altro trova nel ritornello quello sviluppo melodico che ci saremmo aspettati per il tipo di narrativa, per il tipo di progetto e per quanto realizzato in passato dai suoi artefici: death e doom, con quest’ultimo evocato nel corso dell’intermezzo, sono coniugati in modo armonioso e senza soluzione di continuità, con la voce di Andrea a fare da collante grazie alla posizione elevata della quale gode all’interno del mixing ed anche alla buona duttilità dimostrata dal suo debutto nelle vesti di cantante. La successiva “Theotokos” è forse meno sorprendente ma più incisiva, concedendosi variazioni limitate: riffing e velocità sono quelli classici, con il solo drumming a rappresentare un elemento brillante. Questa alternanza tra neo-realismo death ed episodi che potremmo associare ad una fase più dura e rauca dei Death SS (quella di “Resurrection”, 2013) diventa ben presto l’elemento caratterizzante di questi quarantacinque minuti, con l’ago della mia personale bilancia decisamente a favore dei momenti più cantabili (“Vampire God”), capaci in ogni caso di preservare l’atmosfera e la purezza di un disco che poco aspira – ed è un merito – a piacere a tutti i costi.

Le melodie conservano quella nota sinistra da precinema tanto cara a Falaschi (“God’s Wrath”), con la velocità del death che quasi sembra rappresentare la rapida successione ed il movimento imperfetto dei fotogrammi che contraddistingueva i primi esperimenti dei fratelli Lumiere. E se quello del treno in corsa era cinema muto, anche quello dei Cainites è in parte un metal del non-detto, per il suo attingere da una moltitudine di fiori oscuri (“We Lost Our Sanctity” è forse la più german power) senza mai posarsi né trovare vera pace su alcuno di essi: “Revenant” regala così un moto ondoso ed indomabile che tiene l’ascoltatore sulle spine, che prima lo culla con una falsa rassicurazione melodica e poi lo scuote con un riffing tagliente (“Forgive Our Sins” porta in primo piano anche le tastiere) e la durezza genuina di un blast beat. Se rispetto al progetto emulativo degli Apostolica siamo quindi davanti anni luce, in quanto a personalità, complessità degli arrangiamenti e voglia di mettersi in gioco, a questo debutto – considerato nella sua totalità – non si può ancora riconoscere la maturità e l’equilibrio esibiti da solamente alcuni dei suoi episodi: “Revenant” è un disco ancora carico di sparpagliati addendi che lascia all’ascoltatore il compito di identificare, spesso all’interno di un minutaggio esteso, il valore autentico del suo mistero e gli elementi di pregio che confluiranno nella sua somma. Un disco relativamente spigoloso che ti accoglie con un ghigno canino e sinistro, un po’ come accade ai due malcapitati nel video di “Dance Macabre” dei Ghost, nel quale il buono va ricercato sporcandosi le mani con il cattivo ed addentandolo senza pensarci, felice di presentare il suo tormento creativo come elemento di morboso, sanguinolento ed a tratti irresistibile richiamo.

Etichetta: Scarlet Records

Anno: 2024

Tracklist: 01. Darkness Awaits 02. Theotokos 03. Vampire God 04. God’s Wrath 05. We Lost Our Sanctity 06. Forgive Our Sins 07. Cainites 08. Embrace 09. Forsaken 10. Redemption
Sito Web: facebook.com/p/Cainites-61557511479684

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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