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Bush – Recensione: The Kingdom

Sono passati tre anni da “Black And White Rainbows”, l’ultima uscita discografica dei Bush, caratterizzata da sonorità più pacate, che aveva lasciato interdetti sia gli addetti ai lavori che lo zoccolo duro dei fan della band britannica. Con questo nuovo album, intitolato “The Kingdom”, rimandato più volte anche a causa della pandemia e l’ottavo per la formazione capitanata da Gavin Rossdale, il gruppo cerca di ridefinire il proprio sound e di reinventarsi traendo ispirazione dal loro glorioso passato, unendolo anche al sapiente uso dell’elettronica che da sempre li contraddistingue.

The Kingdom” contiene dodici tracce che hanno moltissimi elementi in comune con gli album degli esordi e questo sicuramente accenderà la scintilla nei nostalgici estimatori della band, ed è anche innegabile che il sound proposto ora sia molto più pesante rispetto alle recenti produzioni, rimanendo comunque distintivo nel complesso. Ad avvalorare quanto appena detto ci pensa lo strepitoso singolo uscito già a marzo, “Flowers On A Grave”, a cui segue la rocciosa titletrack, uno dei brani più aggressivi ed incisivi di questo platter. “Bullet Holes”, presente nel film “John Wick 3”con Keanu Reeves come protagonista, è vincente,  con quell’incedere strascicato e dondolante che cattura dal primo ascolto.

I brani sono ben arrangiati, ricchi nella struttura e domina costantemente un clima inquieto e trasognato, come nella psichedelica “Ghosts In The Machines” o nelle più grunge-oriented “Blood River”e “Our Time Will Come”. “Quicksand” sfiora persino sonorità nu-metal, mentre la bellissima e coinvolgente “Send In The Clowns” ha un sound potente e lineare che riporta i Bush ai fasti del passato. A seguire troviamo l’introspettiva e matura ballad “Undone”, mentre nella parte finale un plauso va alla pulsante ed ipnotica “Crossroads” e anche  a “Falling Away”, che si distingue per l’intensa performance di Rossdale, davvero camaleontico in queste dodici tracce. “The Kingdom” è un album che dimostra in pieno la capacità dei Bush di reinventarsi con un lavoro davvero ben interpretato e suonato destinato a mietere consensi (meritati) tra gli estimatori del gruppo.

 

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