Glenn Hughes: Burning to rock… – Intervista

Glenn Hughes? The Voice Of Rock, ovviamente… L’associazione tra nome dell’ex Trapeze/Deep Purple/Black Sabbath e slogan scatta quasi automatica, con l’onorevole intenzione di rendere omaggio ad un talento del tutto fuori dalla norma. Poi si ha l’occasione di parlare con il diretto interessato per la classica intervista promozionale e si comincia a capire come certe definizioni, anche se comode ed invitanti sia per chi le usa che per chi ne è oggetto, possano diventare delle sbarre che in qualche modo costringono’ l’artista a prendere decisioni non facili.

Nel caso specifico, la sceltà è di andare incontro ai desideri di quella grossa parte di pubblico che riesce a vedere Hughes solo come portavoce della tradizione hard-rock, anche se questo significa mettere da parte per qualche tempo l’amore del musicista nei confronti di stili musicali più neri come funk, soul e blues. Un uomo deve fare ciò che un uomo deve fare, verrebbe da dire, ed il cantante si presenta ai fan con la serena consapevolezza di chi conosce il proprio valore e quindi non vede la necessità di nascondersi dietro al proverbiale dito per pura convenienza ‘diplomatica’. Tutto questo, si badi bene, mantenendo i piedi saldamente ancorati alla realtà e lo sguardo rivolto verso i prossimi traguardi da raggiungere. Glenn, per iniziare non posso che chiederti di parlarci del tuo nuovo album…

“Si tratta di un disco decisamente rock, con radici ben piantate negli anni ’70. Desideravo realizzare un album di canzoni forti e dalla vibrazione simile a quello che suonavo in quel periodo. Amo il risultato finale, sia a livello compositivo che a livello di feeling vintage nei suoni.” In una recente intervista rilasciata alla rivista nipponica Burnn, hai dichiarato di essere consapevole del desiderio, da parte del tuo pubblico, di vederti ‘impersonare il ruolo di Cantante Rock’ e di essere finalmente riuscito ad accettare questo stato di cose. Da questa constatazione è partita la decisione di muoverti in tale direzione, anche se si tratta di qualcosa di piuttosto distante da quello che sei in realtà in questo momento della tua vita. E’ lecito chiedere qualche spiegazione in più su cosa intendevi e su come ti senti adesso, artisticamente parlando…

“Questa è davvero una buona domanda… Mi è stato concessa la capacità di comporre musica che può spaziare ben oltre il ‘normale’ album rock. Desidero dirti che penso di poter scrivere senza problemi partiture di generi diversi come il pop, soul, jazz, R&B e imprimere loro il mio stile… Però a quanto pare la maggior parte della gente, delle case discografiche, dei critici musicali e dei recensori vuole da me solo il lato rock, la Voce del Rock, Glenn Hughes dei Deep Purple. Per questa ragione, dopo molto tempo ho capito che avrei dovuto realizzare dischi che la gente potesse capire. Sia chiaro, lo dico in modo sereno e senza nessun tipo di critica nei confronti di nessuno ed il lato business, sia pure presente, ha un’importanza relativa nella conclusione a cui sono arrivato. Il Rock per me è quello degli anni settanta, non degli ultimi anni, non i Soundgarden o i Limp Bizkit. Non vengo da quella generazione, ma da Deep Purple, Led Zeppelin, The Who, Pink Floyd e con ‘Songs In The Key Of Rock’ ho voluto proporre canzoni che i fan di quella era potessero capire.” In base a quello che mi hai appena detto, viene da pensare che tu abbia dovuto in qualche modo rimuovere parte della tua ispirazione per arrivare ad un compromesso simile…

“Si, questa è un’altra ottima osservazione. Ho impiegato moltissimo tempo per arrivare a questa decisione ed a rimuovere le mie influenze funk o più in generale della musica nera al fine di realizzare un album come ‘Songs In The Key Of Rock’. Quando ho firmato con le due mie attuali etichette discografiche (Pony Canyon in Giappone e Frontiers nel resto del mondo.ndr) ero consapevole della loro natura di label hard rock e, sebbene sia in grado di realizzare con una certa facilità un disco di funk super-energetico, a questo punto della mia carriera ho scelto di adottare l’approccio rock. Se pensi a due miei quasi coetanei come Rob Halford o Ronnie James Dio, vedrai che loro sono in pratica sempre rimasti piuttosto fedeli allo stile con il quale hanno iniziato riscuotendo con continuità un certo successo, mentre io penso di aver un po’ confuso i miei fan durante gli anni novanta pubblicando album molto diversi fra loro in quanto a stile. Ora voglio fare quello che il mio pubblico sperava tornassi a fare… ma non fraintendermi, sento la mancanza degli altri aspetti musicali che ho lasciato da parte ed intendo affrontarli ancora, ma in progetti con nomi diversi da quello di Glenn Hughes.” Hai già iniziato a lavorare a qualcuno di questi progetti?

“Di recente ho scritto alcune canzoni per Aretha Franklin ed altri artisti e ho formato un gruppo che si chiama Shape 68. In futuro ne sentirete parlare…” Aspettiamo fiduciosi, allora… Sempre riguardo al rapporto con le aspettative del pubblico, si può dire che il tuo vecchio compagno d’armi David Coverdale sia arrivato ad una conclusione simile, visto che sta girando il mondo con uno spettacolo che, sotto qualsiasi punto di vista, è una riproposizione fedelissima di uno show dei Whitesnake nel 1988, tutti i clichè compresi…

“Sai, David è ancora fermamente piantato nel 1985 e ha una base di fan che desidera vedere i Whitesnake in quel formato, anche se non penso che facendo così riuscirà a guadagnare nuovi sostenitori. Credo che sia onesto nei confronti di se stesso nel senso che lui magari vorrebbe essere solo David Coverdale, ma lui E’ i Whitesnake, ed è bravo in quello che fa.” Tornando al tuo nuovo disco, penso che ci siano un paio di canzoni che rivelano più di altre la tua vera natura, ovvero ‘Corageous’ e ‘The Truth’. Non a caso sono piuttosto diverse dal resto del materiale.

“Mi fa piacere che tu abbia menzionato quelle due tracce, perché come hai fatto notare sono diverse nell’approccio. Con ‘The Truth’ e ‘Corageous’ ho voluto dimostrare di poter affrontare la materia rock anche con un taglio più americano e west-coast, che è anche il posto in cui vivo attualmente. Ecco perché hanno quei rimandi ai tardi anni sessanta.” Dall’altra parte, attraverso pezzi come ‘Gasoline’ hai voluto apertamente giocare con il tuo passato nei Deep Purple… Le rullate di batteria sono ‘più Ian Piace di Ian Paice’!

“Con ‘Gasoline’ volevo scrivere una canzone che avrebbe potuto essere stata composta per l’album ‘Burn’; volevo che l’ascoltatore pensasse immediatamente ‘Oh, ma questi sono Ian Paice e Ritchie Blackmore!’. Con quel pezzo voglio davvero dire una cosa alla gente, voglio dire a tutti che io ero nei Deep Purple e che sono in grado di fare rock and roll bene adesso quanto allora, o forse anche meglio. Quello che ti sto per dire potrà sembrarti egotico, ma penso che ‘Songs In The Key Of Rock’ sia un album che i Deep Purple vorrebbero poter realizzare. Ciò che intendo dire è che se volete ascoltare un nuovo disco dei Deep Purple, dovreste acquistare ‘Song In The Key Of Rock’ (ride). Con questo non voglio dire ai fan di non ascoltare ‘Bananas’ (il nuovo disco dei Purple. Ndr), però li invito ad ascoltare entrambi i dischi e a dirmi cosa penseranno, dopo.” Sempre a proposito di Deep Purple, so che il 28 di Giugno (l’intervista si è svolta pochissimi giorni prima del concerto.ndr) suonerai a Genova con una Purple-cover-band locale nell’ambito di un festival di poesia: ti impegni spesso in esibizioni di questo tipo?

“In questo periodo ricevo molte offerte per spettacoli del genere, ma accetto raramente. Ho accettato di suonare a Genova perché mi hanno assicurato che il gruppo è davvero bravo e perché amo l’Italia (Glenn ha anche vissuto in Italia per un certo periodo, molti anni fa. ndr). Purtroppo non riesco a suonare da voi troppo spesso e quando accade mi diverto molto. Fra l’altro, immediatamente dopo il festival di Genova mi sposterò a Ventimiglia per registrare con Dario Mollo il secondo disco dei Voodoo Hill.”

(Piccola nota a margine: lo show genovese si è rivelato davvero buono, con partecipazione calorosa da parte del pubblico e la prestazione spettacolare di uno Hughes divertito e tonico, pronto a sfoderare la propria -ancora- potentissima ugola su pezzi tratti da ‘Stormbringer’, ‘Burn’, ‘Come Taste The Band’ e ‘Hughes/Thrall’. Peccato che un improvviso temporale abbia limitato a poco meno di un’ora e mezza la durata del set. Al termine dello spettacolo il cantante si è poi fermato a firmare autografi, scattare foto e scambiare due chiacchiere finchè l’ultimo dei fan presenti non è stato soddisfatto. Alla faccia di chi si monta la testa dopo aver pubblicato un disco soltanto.) A caratterizzare la tua carriera negli ultimi anni ci sono anche le numerosissime partecipazioni a dischi di altri artisti rock e metal: in base a cosa decidi se vale la pena di prestare la tua voce a materiale non tuo?

“Decido semplicemente in base alla musica che mi propongono: in genere accetto di cantare su pezzi che sono distanti da quello che suono normalmente. E’ una sfida, in quanto cerco di trasformare materiale distante dal mio stile in un risultato più mio e personale. Voglio confrontarmi con qualcosa di diverso ed evitare le scelte più ovvie e fra l’altro ho anche deciso diminuire decisamente le partecipazioni agli album tributo, visto che non mi piacciono molto.” C’è qualche artista con il quale ti piacerebbe lavorare, al momento?

“In realtà no. Trovo che attualmente nella scena rock non ci sia molto di interessante…” Domanda da un milione di dollari: come fai ad avere una voce che migliora nel tempo? Quale è il trucco?

(ride) Negli anni ottanta assumevo parecchia droga e alcohol… Elimina quei due elementi ed avrai un grande cantante che non abusa di se stesso. Adottando uno stile di vita sensato, la voce non può che migliorare con il tempo: pensa a gente come Pavarotti o Ronnie James Dio che ha più di sessanta anni e ha ancora una voce fantastica. In fondo è una ricetta semplice.” Visto che hai accennato al tuo periodo nero dal punto di vista personale, ti chiedo se c’è qualcosa che ti penti di aver fatto, musicalmente…

“Si, c’è un solo episodio di cui mi rammarico: si tratta del tour con i Black Sabbath, durante il quale persi la voce dopo pochissimi concerti. Un’esperienza disgustosa, orribile, imbarazzante. In ogni caso, nel grande schema delle cose, penso fosse destino che la mia vita andasse in una certa direzione: in fondo quello che sono adesso è il risultato della reazione a quegli errori. A importare davvero non sono i soldi od il successo, ma la pace interiore e l’equilibrio. In questo momento sto davvero benissimo.” Di cosa sei particolarmente orgoglioso, invece?

“Di ‘Play Me Out’, il mio primo album solista del 1977, perché si è trattato di un disco ribelle, lontanissimo dai Deep Purple e Glenn Hughes al 100%, visto che lo ho scritto prodotto ed arrangiato. Ritrae alla perfezione quello che provavo in quel momento, anche se poi tutti i miei dischi hanno questa caratteristica. Sono molto orgoglioso anche del nuovo disco, perché mi vede totalmente concentrato nel fare ciò che è necessario per portare il pubblico, sia vecchio che nuovo, nel mondo di Glenn Hughes.” Altro recente capitolo della tua discografia a fare un certo scalpore è il progetto con Joe Lynn Turner…

“Il nostro secondo lavoro sarà fuori ad ottobre e secondo me si tratterà di un disco migliore del primo, in quanto porta tutto il progetto ad un livello superiore. C’è un filo conduttore di forte cambiamento musicale che attraversa le canzoni, visto che l’attenzione si sta spostando dai riferimenti a Rainbow e Deep Purple a quella che è la direzione personale degli HTP. Se ti è piaciuto il primo, questo è un album più profondo, oscuro.” Per essere onesto, devo dirti che quando sono venuto a sapere che tu e J.L. Turner avreste lavorato insieme, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: ‘Oh mio Dio, come faranno a convivere due (ehm) personalità così forti senza scontrarsi?’

Beh, fondamentalmente Joe ha lasciato che fossi io ad occuparmi della produzione del disco e della stesura della maggior parte del materiale, oltre a portarmi dietro quasi tutta la mia band. Ho composto gran parte della musica prima che Joe si unisse a noi per completare il lavoro e ho voluto mantenere un controllo piuttosto stretto su quella che percepivo essere la direzione giusta per i due artisti coinvolti. Il risultato è stato raggiunto, ma con il nuovo disco ho cercato di creare qualcosa che richiedesse al pubblico un ascolto più attento. Credo che l’album supererà la prova del tempo.” Ti interessa il ruolo di produttore?

“Si, a questo punto della mia carriera penso di aver raccolto una tale mole di informazioni sulla produzione da poter fare un buon lavoro. Vorrei produrre artisti con una grande voce ed in grado di comprendere le molte influenze che mi ispirano.” Penso che potresti svolgere un ottimo lavoro con una qualche cantante di ‘nuovo’ rhythm&blues…

“In effetti è proprio quello che ho intenzione di fare, ed in ogni caso la produzione è il prossimo passo che ho in mente…” Sarebbe bello vederti alle prese in prima persona con un disco classicamente R&B, fra l’altro…

“Sono sicuro che succederà. Ora ho cinquanta anni, ma quando ne avrò sessanta sarà bello realizzare un grande album del genere, molto rilassato, con una grande orchestra e portare in giro per il mondo canzoni del genere. Se si ascolta la mia musica, ci si renderà conto che è quasi inevitabile che accada, dato che è parte di ciò che sono. Al momento però voglio concentrarmi sul rock dalla vibrazione settantiana.” Nella mia recensione del disco ho scritto che, tra le altre cose, mostra proprio l’attitudine di quel periodo, con dinamiche e ‘manico’ dei musicisti ad avere un ruolo di primo piano rispetto ai trucchi ed abbellimenti da studio di registrazione del terzo millennio.

Cionondimeno, abbattendo i costi di registrazione e permettendo quasi a chiunque di crearsi uno studio casalingo, le stesse tecnologie dovrebbero spingere gli artisti ad osare di più e cogliere l’attimo, invece che a rendere tutto perfetto e liscio dal punto strettamente sonico…

“Da quel punto di vista, questi nuovi strumenti sono fantastici, perché consentono a chiunque di realizzare un album intero in casa propria, diventando compositori e chissà, delle star, un giorno… Per questo spero che da qui a dieci anni vedremo un ritorno della figura del cantante-compositore come Elton John, Neil Young, Bob Dylan o più di recente l’incredibile Jeff Buckley.” E cosa pensi del music business attuale?

“Non voglio offendere nessuno, ma l’hip-hop ed il rap hanno ucciso la musica rock. In pratica hanno fatto in modo che una manciata di dirigenti e manager di etichette major in New York potesse trasformarel’intero business in quello che vediamo oggi, popolandolo di pseudo-gangster e spacciatori di droga che parlano su dei sample e vendono milioni di copie. Tutto questo ha ucciso la nozione stessa di radio-rock, ed è disgustoso. Mi guardo intorno e vedo che gli adolescenti adorano Puff Daddy come io amavo i Beatles e non riesco a capire come possano impazzire per schifezze del genere. In questo modo l’industria musicale sta correndo il rischio di uccidersi con le sue stesse mani: ci sono pochi soldi da investire, soprattutto per dare spazio a giovani, nuovi artisti. E’ difficile perfino organizzare tour per musicisti rock già affermati. Proprio per questa ragione, immagino che in futuro gente come me o Paul Rodgers (cantante di Free e Bad Company.ndr) deciderà di girare il mondo presentando show acustici e meno dispendiosi da organizzare. L’esperienza italiana di poco tempo fa allo showcase della Frontiers, dove mi sono esibito ‘unplugged’ mi ha fatto capire che un approccio simile permette di catturare benissimo lo spirito del momento e di far arrivare la mia voce all’ascoltatore in modo più diretto. Per tutte queste ragioni penso che dovremmo abbracciare ed accogliere questa versione più schietta e priva di orpelli dei concerti e della musica dei cantanti-compositori. ” In più di trenta anni di carriera hai scritto moltissime canzoni: tra di esse sapresti sceglierne qualcuna a tuo parere in grado di presentarti con il maggior grado di verità, indipendetemente dal successo commerciale riscosso?

“Ce ne sono tante, al momento sono particolarmente legato a ‘Wild Seed Of Mother Earth’ che ho composto per il nuovo Voodoo Hill e che parla del mio ritorno su questo pianeta sotto forma di fiore: credo fermamente nella reincarnazione e nel fatto che ad ogni nostra azione corrisponde una reazione. Ho un karma istantaneo e se faccio del male (cosa che non capita spesso) la negatività del gesto mi ritorna addosso direttamente. Quando, undici anni fa, ho deciso di ricostruire la mia vita, ho scelto di dedicare le mie energie a quello che ritengo essere il giusto sentiero spirituale. Tutti commettono degli errori, sarebbe ridicolo se non fosse così, ed io ho avuto la fortuna di commettere i più grossi abbastanza presto durante la mia vita, tanto da poter dedicare, auspicabilmente, la seconda metà della mia esistenza al prossimo.” Sono dichiarazioni abbastanza sfrontate da fare, in un ambiente dove l’essere positivi non è molto di moda…

“Guarda Marilyn Manson: sono sicuro che sotto la sua enorme abilità di attore ci sia una persona gentile, oltre ad un brillante uomo d’affari. Non penso che gli orribili testi sul diavolo che cantavo nei Black Sabbath fossero positivi per il mio karma. Sono orgoglioso di dire quello che penso adesso.”

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