Grave – Recensione: Burial Ground

Impossibile attendersi novità nel sound di una band come i Grave. Ormai il loro trademark è riconosciuto in tutto il mondo e cambiare qualcosa significherebbe tradire le attese di migliaia di fan. E probabilmente senza ottenere nemmeno grandi risultati a livello artistico. Si, perché in fondo i Grave non hanno mai dimostrato di saper suonare altro che il loro super classico swedish death compatto e grossolano. Bene quindi fanno a proseguire sulla stessa strada, senza troppo scervellarsi nel cercare alternative improbabili. Entrando nello specifico “Burial Ground” non è però certo il migliore dei loro dischi, nemmeno tenendo conto delle sole uscite recenti, ma trasmette pur sempre quella sensazione di pienezza che solo un prodotto confezionato da una band storica può avere. Si capisce insomma che questo è il suono originale e non una delle tante imitazioni odierne (alcune molto buone a dire il vero, basti pensare ai Revolting), ma la qualità delle singole composizioni non brilla più di tanto, andando raramente sopra la media. Citiamo per dovere di cronaca il buon incipit di “Liberation”, il bel groove di “Conqueror” e la conclusiva lunga “Burial Ground”, ma il resto è quasi solo routine. Se non siete veri die hard fan rischiate il colpo di sonno, ma nel caso il materiale per accontentarvi lo troverete comunque.

Voto recensore
6
Etichetta: Regain / Masterpiece Distribution

Anno: 2010

Tracklist: 01. Liberation
02. Semblance In Black
03. Dismembered Mind
04. Ridden With Belief
05. Conquerer
06. Outcast
07. Sexual Mutilation
08. Bloodtrail
09. Burial Ground
Sito Web: http://www.myspace.com/gravespace

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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