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Buckcherry – Recensione: Hellbound

Da pochi giorni è iniziata l’estate e con essa la voglia di vacanze, di mare, divertimento, feste tra gli amici, momenti di spensieratezza e di aggregazione. Purtroppo con il covid ancora incombente sulle nostre teste, queste semplici attività vengono vissute con cautela e non con la leggerezza e libertà che dovrebbero avere. A fare da colonna sonora a questa nuova estate anomala però ci pensa “Hellbound” nuovo lavoro in studio dei Buckcherry, il nono della loro carriera che ci soccorre con una scarica di rock’n’roll all’ennesima potenza risultando rinvigorente sia per lo spirito che per i padiglioni auricolari. L’album è una assoluta bomba con dieci tracce fresche che riportano la band ai vecchi albori, merito anche della collaborazione dei nostri con il produttore ed amico Marti Frederiksen (Aerosmith, Def Leppard), con cui la sintonia è stata totale in quel di Nashville.

 

Con l’iniziale “54321”, una scheggia punk impazzita che porta alla mente un mix tra i The Damned e i Velvet Revolver si parte già a mille e non c’è scampo neanche con “So Hott”, primo singolo caratterizzato da un ritmo incalzante e da un riffing micidiale sorretto dalla voce grintosa e potente di Todd. L’anthemica titletrack di chiara influenza Ac/Dc è un altro highlight del disco, una scarica di energia ad alta tensione a cui è impossibile resistere a cui segue la bluesy “Gun” che farà sicuramente felici i fan degli Aerosmith della prima ora e la semi funky-oriented “No More Lies”.

La seconda parte dell’album prende forma con “Here I Come”, un altro bel pezzo robusto fatto di riff sanguigni e una ritmica confezionata appositamente per far battere il famigerato piedino, “Junk” bollente e viziosa al punto giusto, mentre con “Wasting No More Time” e “The Way” sono le melodie a predominare dove per melodie non si intende qualche cosa di melenso o sdolcinato, ma dei refrain che donano personalità ad ogni singolo brano e che ne valorizzano di più l’anima. In chiusura troviamo la cadenzata ed incalzante “Barricade”, mid-tempo dai connotati più moderni, ma sempre in linea con il sound dei Buckcherry. “Hellbound” è a conti fatti una rinascita della band, un grande ritorno dove la musica diretta, passionale, grintosa e senza fronzoli torna ad essere centrale, dove i ritornelli accattivanti entrano subito in testa e  dove per poco meno di quaranta minuti non si pensa ad altro e si lascia da parte le brutture e le preoccupazioni della vita. Un album che va sicuramente ascoltato al massimo del volume e che deve essere vostro.

 

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