Bruce Dickinson – Recensione: The Mandrake Project

Bruce Dickinson, un nuovo album solista dopo quasi 20 anni, un concept intrigante e Roy Z alle chitarre, al basso e in produzione: serve altro per capire che il ritorno in solitaria del frontman degli Iron Maiden non poteva che essere un disco d’altissimo livello? Già i primi ascolti del platter ci confermano che il leggendario cantante continua a non sbagliare un colpo, arricchendo il proprio palmarès con un’altra gemma.

Non solo “The Mandrake Project” è ricco di potenziali singoli che faranno la felicità dei fan dell’heavy metal di presa immediata, ma si mantiene a un livello raffinato e mai banale. L’album è anche molto vario, curato nei minimi dettagli e “colto” sia musicalmente che liricamente parlando, come d’altronde si confà all’intera carriera del geniale artista.

Il primo singolo “Afterglow Of Ragnarok”, potente ed evocativo, è il cupo biglietto da visita che ci fa entrare nell’universo del disco. L’occult rock dell’irresistibile “Many Doors To Hell” richiama i Blue Öyster Cult più melodici e “ruffiani” (nel senso positivo del termine), riportati recentemente alla ribalta dai Ghost, mentre l’acido country di “Rain On The Graves” ci ricorda addirittura il Johnny Cash di fine carriera. Ciò che rende “Resurrection Men” un gioiello è l’atmosfera rarefatta, ancora una volta dal sapore western; la successiva “Fingers In The Wounds”, ariosa e orientaleggiante con le sue tastiere in primo piano, cambia ancora una volta le coordinate di un platter che si sta rivelando davvero variegato.

Arriva quindi una delle tracce attese con più curiosità: è dai tempi di “The Book Of Souls” che si sapeva che Steve Harris aveva “scippato” una creazione di Dickinson per la opener del quindicesimo lavoro in studio dei Maiden; ora possiamo finalmente ascoltare la versione originale del pezzo, sempre ottimo, qui intitolato “Eternity Has Failed”. La scatenata “Mistress Of Mercy” a seguire ricorda molto da vicino “Freak”, dal capolavoro “Accident Of Birth”, mentre “Face in The Mirror” è una ballad dolce e delicata.

Si chiude a questo punto coi due brani più lunghi e impegnativi del lotto. “Shadow Of The Gods” parte come un lento per pianoforte, ma poi si incattivisce con un riff serratissimo di chitarra. La suite “Sonata (Immortal Beloved)” è infine una traccia misteriosa, che si mantiene quieta e sofferente per tutti i suoi quasi dieci minuti di durata.

Al termine dell’ascolto, “The Mandrake Project” appare come un album articolato e studiatissimo, che non rinuncia però alle canzoni dall’impatto diretto. Bruce Dickinson, come risaputo, è allergico alla ripetizione di schemi precostituiti, e anche questa volta ce l’ha dimostrato: con maestria, non ha comunque sacrificato la fruibilità in favore di un’eccessiva sperimentazione. Il risultato è che sia coloro che cercano un heavy metal coinvolgente, sia coloro che si aspettano dal vulcanico vocalist un prodotto originale non rimarranno delusi.

Etichetta: BMG

Anno: 2024

Tracklist: 01. Afterglow Of Ragnarok 02. Many Doors To Hell 03. Rain On The Graves 04. Resurrection Men 05. Fingers In The Wounds 06. Eternity Has Failed 07. Mistress Of Mercy 08. Face In The Mirror 09. Shadow Of The Gods 10. Sonata (Immortal Beloved)
Sito Web: https://www.themandrakeproject.com/

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

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