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Blues Joke – Recensione: Better Old Than Dead

Senza scomodare stucchevoli paragoni fra il Mississippi e l’Adige, è un dato di fatto che a Verona ci sono alcune fra le più interessanti band dedite all’hard rock blues del nostro Paese. Ad affiancare i già noti Bullfrog, Black Mama e C. Zek Band, arrivano dalla città scaligera questi Blues Joke, nuova formazione dedita, per l‘appunto a un southern rock – hard blues di robusta fattura. Il gruppo, attivo dal 2021, è costituito da musicisti di esperienza, provenienti peraltro da contesti musicali spesso molto diversi fra loro: Francesco Caldarola a voce e basso, con trascorsi nell’alternative rock, il chitarrista rock blues Marco Marini, e Marco Piran alla batteria, musicista di lungo corso con band di metal estremo quali Mothercare e Aneurysm (recensiti a suo tempo su questo portale), che chiaramente ben poco hanno a che fare con la proposta musicale dei nostri. La quale proposta è un southern rock ancorato, più che alle origini del genere, ai gruppi che a metà anni ‘70 ne hanno rappresentato una seconda ondata, creandone l’ala più hard: nomi come Molly Hatchet, Blackfoot, Point Blank, Doc Holiday e via dicendo. Il tutto fuso con influenze hard rock – hard blues europee, Led Zeppelin, Free, Taste e Cream fra gli altri. Il disco, intitolato “Better Old Than Dead”, è autoprodotto dalla band, con un suono non male ma con margini di miglioramento, ed è pubblicato da Andromeda Relix.

L’attacco di “At The End”, con quel mood alla Doc Holiday, è esplicativo di quanto detto, riff solido molto southern, voce dai toni alti, fra Robert Plant, Mark Farner e Burke Shelley, e svolgimento da trascinante rock’n’roll, con brevi e incisivi interventi di chitarra solista e qualche scarica a doppia cassa della batteria, memore del passato del titolare dello strumento. Alcune composizioni sono piuttosto articolate, come “Hater”, memore di alcune cose dei Point Blank, in altri casi si possono riscontrare umori zeppeliniani (“Find Your Place”, “Damned”). Il riff secco di “Know Your Place”, molto ZZ Top, si sposa molto bene con un’andatura che guarda al dirigibile, mentre “Free Nine”, con il riff di chitarra slide e l’atmosfera rilassata è tipicamente southern. Non mancano gli assalti frontali, quali la tirata “Social Bugs”, coi Molly Hatchet ben in mente, come pezzi più riflessivi, come la conclusiva “Wasting Time”, fra blues e roots.

Si tratta in definitiva di un validissimo debutto, la cui struttura musicale, che come dicevamo, guarda al lato più duro del rock sudista, ben si sposa con linee vocali più british e una esecuzione in cui i musicisti, tutti all’altezza del loro compito, non nascondono le loro precedenti esperienze, che anzi, arricchiscono il sound generale. L’ispirazione seventies è però mediata da un approccio più attuale, che mette la band in linea con ciò che esce nel genere in questi tempi.

In conclusione possiamo affermare che questo “Better Old Than Dead” è un nuovo ottimo esempio di come, anche dalle nostre parti, si possa fare southern hard blues in modo competente e convincente, pur con ulteriori margini di crescita, senza particolari innovazioni, ma neppure scopiazzando a destra e a manca, mettendo anzi in tutto il disco, la propria personalità.

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