Blue Öyster Cult – Recensione: Ghost Stories

Il nuovo disco di quella leggenda americana a nome Blue Öyster Cult è un lavoro composto negli anni passati, trattandosi di una raccolta di inediti registrati durante sessioni di prove dall’ingegnere del suono George Geranios fra il 1978 e il 1983 (con l’eccezione di uno del 2016) in versioni demo. L’idea di pubblicare tutto questo materiale è dovuta necessariamente passare da un grande lavoro di studio, in cui gli originali nastri sono stati de-mixati, riversati in digitale, e, per le parti oramai rovinate, è stato necessario un lavoro di ricostruzione fatto dai membri dell’attuale formazione (soprattutto il tastierista e chitarrista Ritchie Castellano), coadiuvati da specifici programmi di intelligenza artificiale. Il risultato questo complesso e necessario lavoro di restauro e integrazione del materiale originale, con la produzione dello stesso Castellano e di Steve Schenck, è di fatto il quindicesimo disco in studio dei Blue Öyster Cult, uscito per Frontiers Music e intitolato “Ghost Stories”. Da notare che la maggior parte dei brani è suonato dalla formazione originale della band, incluso quindi il tastierista Allen Lainer, mancato nel 2013. Ricordiamo gli altri membri originali, oltre ai da sempre presenti a Eric Bloom (voce e chitarra ritmica) e Donald Roeser (chitarra, voce), ovvero i fratelli Joe e Albert Bouchard a basso e batteria e chiaramente il già citato Lainer. Le parti di batteria registrate fra il 1981 e il 1983 sono invece eseguite da Rick Downey, che in quel periodo aveva sostituito il batterista originale.

L’album si apre con “Late Night Street Fight”, un massiccio hard blues a tinte dark in perfetta coerenza con le tipiche atmosfere della band, seguita da “Cherry”, un rock’n’roll tirato e denso di cori. Da “So Supernatural” (con Downey alla batteria) è tratto un video, ed è un brano pregno di quelle atmosfere cupe e dilatate, in cui l’elemento melodico non manca mai, da sempre marchio di fabbrica dei nostri.

Segue la cover del classico degli Animals “We Gotta Get Out of This Place”, che come l’altra cover presente in queste registrazioni, la emblematica “Kick Out the Jams” degli MC5, non erano mai apparse in versioni di studio, essendo state eseguite solamente dal vivo (sono entrambe presenti sul live “Some Enchanted Evening” del 1978), e vengono reinterpretate, ovviamente, col sound e con l’incedere serrato tipico dei nostri. Segnaliamo che nella versione giapponese del disco è presente anche la cover di “Roadhouse Blues” dei Doors, anch’essa proposta a suo tempo dal vivo. “Soul Jive” è pregna di un groove funk, il che non deve stupire, visto che non è una novità nella vasta produzione dei B.Ö.C. Dopo l’hard r’n’r “Gun” è il turno di “Shot in the Dark”, col suo inizio da blues stralunato e il prosieguo con un hard rock diretto e teatrale al tempo stesso. I moog e l’organo di Lainer conducono la melodica “The Only Thing”, arricchita da un sentito solo di Roeser, e “Money Machine” è un brano che coniuga intelligentemente hard rock e atmosfere quasi sixties, con quell’alchimia sonora che ha reso la band di New York unica e originale. “Don’t Come Running To Me” (altro brano con Downey alla batteria) è intensa e solenne, riuscendo a mediare fra momenti cupi e drammatici e aperture AOR, con la maestria che i nostri hanno da sempre padroneggiato. Chiude l’album la cover dei Beatles “If I Fell” una registrazione più recente, del 2016, che vede in formazione (oltre a Bloom, Roeser e Castellano) Kasim Sulton alla voce supplementare e Jules Radino alle percussioni, e che è in sostanza un rilassato brano acustico ricco di belle parti in coro.

Non sappiamo se questo “Ghost Stories” sarà l’ultimo capitolo di una storia straordinaria, fra le più originali e di elevata qualità di tutto l’hard rock. La cosa certa è che, anche in brani mai pubblicati perché evidentemente considerati secondari dalla band, riusciamo a trovare quel marchio di fabbrica, quel guizzo di intelligenza e stile, quella libertà stilistica e originalità che da sempre hanno contraddistinto i Blue Öyster Cult. Certo, per chi non li conoscesse magari non è questo il primo disco che consiglieremmo per approcciarli, ma in ogni caso la qualità resta elevatissima, e se anche dovesse essere la conclusione della loro carriera discografica (ci auguriamo di no), sarebbe sempre all’altezza della loro grandissima, irripetibile musica.

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