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Bloody Hammers – Recensione: Lovely Sort Of Death

“Lovely Sort Of Death” è il quarto studio album degli americani Bloody Hammers, un disco che rappresenta un punto di svolta per l’ensemble del North Carolina. Innanzitutto la line-up si riduce a due soli membri, ovvero il leader Anders Manga (voce, chitarra, basso e batteria) e la tastierista-organista Devallia. E’ piuttosto marcato, benchè prodotto da un percorso evolutivo lento ma costante, il cambio di sound cui la band va incontro.

“Lovely Sort Of Death” è un lavoro che si potrebbe definre “hippie-goth”, se ci passate questo termine. La matrice stoner/doom dal sentore sabbathiano è ancora presente ma certo meno che in passato, mentre il two-piece sperimenta molto con l’elettronica e il gothic rock, andando a toccare soluzioni che portano in mentre The Cure e The Sisters Of Mercy. Vero in particolare nelle prime quattro tracce, episodi crepuscolari dove le distorsioni delle chitarre in chiave post punk e l’uso abbondante dei synth lasciano pochi dubbi su come una darkwave dal flavour molto 80’s, entri oggi a far parte del bacino sonoro del gruppo. Lo testimoniano in particolare due brani come “Bloodletting On The Kiss” e “Messalina”, due efficacissimi singoli dal refrain ficcante ma altrettanto notturni e malinconici, interpretati in modo sentito dal crooning sofferente di Anders e irrorati dalle melodie delle tastiere.

La seconda parte del disco contiene un approccio più vicino a uno stoner/doom d’antan, con un utilizzo differente della chitarra e della sezione ritmica, ora più ricorsive e cadenzate come vuole il genere, ma non mancano leggeri intrugli elettronici che ammiccano all’orecchiabilità, nè la ricerca del momento vincente. Basti ascoltare episodi come la tagliente “Stoke The Fire”, pezzo con un gran tiro rock’n’roll che non faticherete a ricordare, oppure “Catastrophe”, più severa ma altrettanto ariosa nella melodia portante.

A quanto pare i Bloody Hammers preferiscono oggi la carta della maggiore fruibilità dove il termine di paragone più immediato sono gli spaventosi (ma soprattutto furbi) Ghost di Papa Emeritus. Il loro approccio è però un po’ più sobrio, forse grazie a quell’alone psichedelico che ne rende il sound ancora disturbante.

 

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