Bloodstain – Recensione: Bloodstain

Debuttanti nel 2023 con l’EP “I Am Death”, gli svedesi Bloodstain si sono da subito messi in luce grazie all’energia sprigionata sul palco dal loro heavy/thrash fresco e moderno, con un’esibizione nel 2024 che è valsa loro un contratto con la Threeman Recordings di Alex Hellid (Entombed). Da allora per il quartetto di Stoccolma le stelle si sono rapidamente e decisamente allineate, con apparizioni allo Sweden Rock Festival ed all’Hellfest, nonchè ad alcune date di supporto ai Dark Tranquillity che in poco tempo hanno alimentato curiosità ed interesse da parte dei fan. Formati da Oskar Lindroos (voce e chitarra), Tobias Lindström (chitarra e basta), Jonathan Thyberg (basso) e Benjamin Norgren (batteria), i Bloodstain esordiscono dunque oggi con il primo – omonimo – full lenght, album di dieci tracce e quarantadue minuti disponibile in vinile, compact disc e cassetta, senza dimenticare tutte le maggiori piattaforme di streaming. Consigliati agli irriducibili amanti di Exodus, Mourning High e Death Angel, ma con un piglio heavy acerbo e melodico che a me ricorda invece i Trivium di venti anni fa, i finlandesi Stone e pure qualcosa dei nostri Extrema, i Bloodstain si rivelano da subito bravissimi ad applicare la toppa melodica al thrash, allo stesso modo in cui si era rivista e corretta la formula del death ai tempi della scena di Goteborg. Una variazione sul tema che in un certo senso lo rende più adatto alle masse ed alle classifiche, di fronte alla quale i puristi dovranno fare la parte e storcere il naso, ma che all’ascoltatore dal gusto duttile potrà offrire spunto e divertimento.

E’ proprio l’intrattenimento a dominare la scena dell’opener “Annihilation Line”, una prima traccia che ha tutto per piacere: cori e rintocchi di campane che fanno un po’ occult/gothic, produzione moderna, basso classico alla Steve Harris, voce alcolica ed un paio di chitarre fulminanti, il tutto condito da un ritornello melodico che si fa voler bene fin dal primo ascolto. Poteva mancare un pregevole assolo a rifinire il tutto? Ovviamente no, ed a tre minuti e trenta la canzone – invece di finire – si concede un pezzo di bravura a quattro mani nel quale si innesta perfettamente, come da scuola In Flames, il riff portante dell’intero brano. L’apertura è, lo si capisce da subito, da manuale, con sei minuti che sembrano tre, tanto facilmente scorrono e fanno presa su chiunque sia vagamente amante dei riferimenti appena citati.

E se il risultato non si può definire originale in senso stretto, proporre un riffing da primi Megadeth alla fine del duemila e ventisei pare impresa meritevole di apprezzamento, tanto per l’intuizione quanto per la compattezza fluida del risultato finale. Compattezza significa che, anche a causa dei chorus rallentati e cadenzati, la musica dei Bloodstain non sembra mai afflitta dalla necessità di portarsi sopra le righe per impressionare: nonostante la giovane età dei quattro svedesi, il loro è uno sforzo sempre brillante ed articolato (vedi l’epico finale di “Lies Bleeding Through”), un ritratto urbano contemporaneo (“Conspiracy”) che nulla ha a che fare con l’operazione nostalgia, per quanto i richiami ai Metallica di “Harvester Of Sorrow” o “The God That Failed” in brani come “I Am Death” assicurino al disco basi conosciute e solide sulle quali sviluppare la loro proposta.

Quello che conta, alla fine della fiera, è che i Bloodstain riescano ad interpretare queste sonorità retro con un ossimoro di freschezza matura, mai punk o sfrontata, che permette loro di intraprendere anche la via della ballad (“Carved Into Stone”) con risultati interessanti per sobrietà, asciuttezza ed attenta misura della concessione melodica. Che questa impostazione sia frutto del loro sacco o piuttosto di quello del più consumato Alex Hellid, poco importa: “Bloodstain” è un disco di cavalcate furiose e ritmiche vivaci (“Taint Me”) da assaporare a tutto volume, perfetto per titillare le orecchie disturbando i vicini quanto basta, che detto così appare il connubio perfetto. Come si conviene ai lavori riusciti, anche i tre quarti d’ora di questo disco sembrano durare un’eternità, non certo per noia, ma per la varietà e la ricchezza di quanto viene proposto, un risultato notevole per una formazione che si trova per la prima volta a dover gestire l’attenzione dell’ascoltatore per un arco di tempo così esteso. Fortunatamente, l’attitudine sicura di Oskar e compagni è quella di chi, lungi dal farsi prendere dallo spavento, non aspettava altro che l’occasione: “Bloodstain” diverte e comanda, accelera e poi rallenta, scuote, trascina ed improvvisamente si lascia cantare, con un’imprevedibilità ed una purezza che relegano in secondo piano le occasionali scopiazzature e lo fanno amare per quello che è: un gran bel dischino.

Etichetta: Threeman Recordings

Anno: 2026

Tracklist: 01. Annihilation Line 02. Something Sinister 03. I am Death 04. Carved into Stone 05. Taint Me 06. Disdained 07. Lies Bleeding Through 08. Conspiracy 09. Faceless Dealer10. Banner of Supremacy
Sito Web: facebook.com/Bloodstainofficials

Marco Soprani

view all posts

Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Accedi