Through The Eyes Of The Dead – Recensione: Bloodlust

Non abbiamo dubbi sulla rabbia sincera che anima la musica dei questi Through The Eyes Of The Dead, ma il loro death-metal-core, per quanto preciso e ben suonato, è quanto di più scontanto e noioso ci sai capitato di ascoltare recentemente. L’impasto sonoro si basa esclusivamente sull’impatto dei soliti riff e dei sempre meno efficaci stacchi stoppati e ripartenze fulminee, il tutto condito da una voce a metà tra death e hardcore straordinariamente monotona. Non lasciatevi stordire dall’idea che mischiare Cannibal Corpse, Hypocrisy e metal-core alla Black Dahlia Murder possa essere un modo di aggiungere qualcosa a quanto detto da altre band; in realtà i nostri non fanno altro che prendere i cliché più fastidiosi della scena estrema e metterli uno vicino all’altro con il risultato di stancare ancora prima di raggiungere la metà del disco. Non ci sono tracce sopra la media, forse perchè il tutto resta incredibilmente omogeneo, senza sbalzi né variazioni che non siano quelle più prevedibili. Quindici anni fa un tale monolito avrebbe potuto colpire, almeno per la violenza profusa, ma se far rotolare un masso di una tonnellata giù da una dirupo solo per vedere quanto rumore riesce a produrre può sembrare una cosa divertente all’inizio, dopo tre lustri ci piacerebbe sapere che la musica estrema si stia muovendo qualche passo più avanti. Non la vedono evidentemente così i Through The Eyes Of The Dead, ma se almeno cercassero di ampliare il loro campo di azione quel tanto che basta da non sembrare la millesima band di settore, forse riuscirebbero anche a dire qualcosa di interessante.

Voto recensore
5
Etichetta: Prosthetic / Andromeda

Anno: 2005

Tracklist: 01. Intro
02. Two Inches from a Main Artery
03. When Everything Becomes Nothing
04. Bringer of Truth
05. Beneath Dying Skies
06. The Black Death and its Aftermath
07. Truest Shade of Crimson
08. With Eyes Ever Turned Inward
09. Force Fed Trauma
10. The Decaying Process
11. Outro

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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