Blood Fest: Live Report della data di Milano

Gli appuntamenti on stage del mese di Dicembre iniziano bene con il Blood Fest organizzato dal Transilvania Live di Milano, un interessante happening musicale guidato dai gothic metallers tedeschi Vision Bleak, accompagnati da numerose realtà del panorama italiano dedite alle più varie sfaccettature della musica metal.

Il traffico successivo al termine della giornata lavorativa ci fa perdere purtroppo la performance dei Lunatic Asylum, ma non ci lasciamo sfuggire lo show dei Pandaemonium, unico act power metal in cartellone. La band approfitta dell’occasione per presentare al pubblico il nuovo album ‘Return To Reality’, un buon platter di metal melodico che finalmente, dopo anni di rinvii e annullamenti, vede la luce per l’etichetta nostrana Underground Symphony. I nostri, trascinati dall’abilità chitarristica di Steve Volta (esecutore malmsteeniano capace di arricchire i brani con assoli di buona fattura) e dal vocalist Daniel Reda, offriranno un set privo di sbavature ed estremamente professionale, in cui il power metal si sposa a venature folk, atmosfere epiche e fantastiche che non mancano di entusiasmare i cultori del metal classico. Peccato solo che la band debba esibirsi di fronte ad un pubblico ancora poco numeroso e piuttosto distratto.

Dopo il metal classico, è il turno delle sonorità estreme, rappresentate nelle due facciate (una più melodica ed una più violenta) dagli In-Sight e dai Vexed. I primi propongono un metalcore estremamente vario nel quale confluiscono influenze che vanno dal death svedese al calderone americano, i secondi, un thrash/death estremamente veloce e violento, memore dell’attitudine di Motorhead e Venom (omaggiati anche dalla cover di ‘Black Metal’) mista alla malignità della scena mitteleuropea degli anni ’80.

Gli In-Sight prediligono un approccio senz’altro più meditato e moderno (anche da un punto di vista visivo, i nostri ricordano da vicino l’ondata “nu” americana), arricchendo i brani con passaggi di chitarra carichi di groove e garantendo sempre la ricerca di un refrain esplosivo, i Vexed invece, bando a troppe ricercatezze, sparano pugni in faccia alla velocità della luce, con un sound sì scolastico e lineare, ma altrettanto maligno. I suoni non rendono loro giustizia, ma questo involontario scontro tra la modernità e la tradizione finisce con un bel pareggio.

Il successivo show, quello dei Narac, si distinguerà come il più particolare della serata. Un DJ (che si renderà successivamente protagonista di un set in realtà non molto apprezzato dal pubblico) e due cantanti abbigliati con uniformi che ricordano due soldati della seconda guerra mondiale, salgono sul palco, e su delle basi di musica industrial e hardcore, recitano sinistre litanie. Musica o rumorismo? In effetti viene da chiederselo, ma a prescindere dall’elettronica martellante, ciò che colpisce dei Narac è l’impatto scenografico e teatrale, e se poi vi sia sotto un discorso lirico di carattere politico, non è questa la sede per discuterne. Il pubblico, abituato ad altri tipi di sonorità, osserva lo show mosso soprattutto dalla curiosità, ma i Narac sembrano averlo messo in preventivo, dato che il loro modo di porsi si fa vieppiù ironico.

Si ritorna ad un sound più conosciuto con i novaresi The Tombers, un act che ci propone un bizzarro quanto riuscito mix tra death/black metal e un’attitudine punk. Ancora una volta, bando a troppe ricercatezze e via di mosh, con un sound essenziale e scarno, song piuttosto brevi e malvagie supportate da un riff veloce e minimale, una sezione ritmica tellurica e il velenoso screaming del front-man ‘Il Colonnello’. Darkthrone meets Motorhead meets Sex Pistols.

Ancora più interessante è però la successiva performance dei Bastard Saints da Varese, una band dedita ad un brutal death estremamente duttile e aperto alle contaminazioni. Pur ancorati ai canoni espressivi del genere (ritmi velocissimi, blast beats e grunt vocals catacombali), i nostri non disdegnano sinistri rallentamenti né strane parti (soprattutto tessute dalla chitarra) che pescano da panorami musicali differenti, conferendo un alone di imprevedibilità alla proposta. Peccato che il loro show (precedente a quello degli headliner) sia piuttosto breve, perché le capacità espressive messe in luce appaiono vincenti.

E arriva finalmente il turno dei Vision Bleak, introdotti da una inquietante overture sinfonica ricca di grandeur. Il duo tedesco, composto dal singer Allen B.Konstanz e dal chitarrista Ulf Theodor Schwadorf (accompagnati ovviamente dai live sessions) colgono l’occasione per presentare al pubblico il nuovo album ‘Carpathia – A Dramatic Poem’, incensato dalla critica come una delle migliori release in ambito gothic dell’anno corrente. Avevamo avuto occasione di osservare la band on stage durante l’Evolution Festival della scorsa estate, quando lo show non era stato di certo impeccabile. I Vision Bleak ci avevano lasciato con l’impressione di aver avuto a che fare con i “cugini cattivi degli HIM”, un gruppo incerto che si muoveva senza buona continuità tra “piacionerie” gotiche miste ad un’aggressività di fondo che non riusciva mai a rendersi incisiva. E invece, sorpresa, questa sera al Transilvania, i “ragazzi con la faccia pittata”, mostrano di avere grinta da vendere, bilanciando molto bene l’elemento visivo a quello espressivo, mostrando come le song (in particolare la splendida suite ‘Carpathia’), dal vivo rinuncino in parte alla maestosità sinfonica per apparire più dirette ma comunque fruibili, in forza anche della performance vocale del biondo Allen, un istrionico interprete capace di esprimersi in modo tanto sensuale quanto aggressivo. E questa volta lasciamo i Vision Bleak compiaciuti, certi che i loro show siano da gustare entro le mura di un piccolo club piuttosto che sotto al sole cocente di un festival estivo.

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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