Alter Bridge – Recensione: Blackbird

Qualche anno addietro, fronte al successo commerciale mondiale di band americane quali Foo Fighters, Nickelback e Creed che riprendevano sonorità in auge qualche anno prima ma potenziandone l’output sonoro, si iniziò a parlare di post-grunge proprio perché i punti di riferimento erano band quali Pearl Jam, Soundgarden et similia; in questo nuovo filone musicale (o se vogliamo nella seconda era dello stesso), nel 2004, fece un certo scalpore (prima solo a livello di critica e successivamente anche di pubblico) un lavoro, “One Day Remains” che catapultava ai vertici delle preferenze dei fan (prima soprattutto europei e poi ovviamente anche americani) gli Alter Bridge, band che era di fatto una fusione di tre quarti di Creed appunto ed il cantante dei poco conosciuti The Mayfield Four, Myles Kennedy.

Oggi siamo proprio qui a parlare del comeback dei nostri, “Blackbird“, che giunge dopo una serie di vicissitudini negative legate in particolar modo alla ricerca di una nuova etichetta discografica; e gli Alter Bridge scelgono di ritornare sulle scene tramite un attacco frontale intransigente a titolo “Ties That Bind” con un veloce arpeggio di Mark Tremonti (coadiuvato su questo CD dallo stesso Kennedy alle chitarre) che trasla in un grandioso power riff. Le sabbathiane “Come To Life” e “Buried Alive” proseguono quello che sarà un’ora di omaggio all’heavy metal delle origini con una produzione al passo coi tempi…alla faccia di chi reputava gli Alter Brdge un gruppo a tratti troppo easy; è vero, “One Day Remains” era un lavoro zeppo di potenziali singoli, ed all’appuntamento con il secondo album il fattore sorpresa viene meno…ma la genuinità e l’oggettiva bravura della band fugano qualsiasi dubbio sul fatto che ci troviamo di fronte ad una delle punte di diamante del metal odierno. E non è trascurabile, come fattore aggiuntivo, la presenza tra le sue fila di un autentico fuoriclasse dalle corde vocali d’acciaio come Myles Kennedy (sorta di magico incrocio tra le voci di Eddie Vedder, Chris Cornell e Jeff Buckley), che senza timore di smentita è oggi uno dei migliori vocalist in circolazione e lo si evince sia dai pezzi più tirati sia nelle parti più sussurrate (ci piacerebbe proprio sapere quante ottave può coprire il suo spettro vocale…???…); piace molto inoltre la spinta propulsiva di uno Scott Phillips forse mai così in stato di grazia (“Coming Home“) che sciorina davvero una grandissima prova dietro al drumkit. Tra tante lodi bisogna obiettivamente segnalare il leggero calo qualitativo delle composizioni poste nella seconda parte del CD anche se le stilettate di “White Knuckles” (con un bel doppio pedale in evidenza) e dell’epica “Wayward One” ci lasciano un bel ricordo una volta che il disco si ferma e cala il silenzio.

Per noi di Metallus o perlomeno per come viviamo la nostra/vostra musica preferita un unico e classico consiglio: buy or die!!!

Voto recensore
8
Etichetta: Universal Republic

Anno: 2007

Tracklist:

01. Ties That Bind

02. Come To Life

03. Brand New Start

04. Buried Alive

05. Coming Home

06. Before Tomorrow Comes

07. Rise Today

08. Blackbird

09. One By One

10. Watch Over You

11. Break Me Down

12. White Knuckles

13. Wayward One


alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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