Metallus.it

Black Tide – Recensione: Post Mortem

Cambio di immagine (e non solo) per i Black Tide che, dopo il successo di “Light From Above” del 2008, pubblicano “Post Mortem”, album di dieci tracce ben prodotte e con vari punti di interesse.

Il tutto inizia con “Ashes”, brano che rispecchia in pieno il sound dei giovanissimi Black Tide e che vanta l’importante collaborazione con Matthew Tuck (se non sapete chi è vi do un aiutino dicendovi: Bullet For My Valentine). Questa prima traccia è sicuramente la più riuscita sia per quanto riguarda la musica in senso stretto che per il cantato: un riff in stile Trivium apre la canzone, che trova sviluppo in una batteria abbastanza potente e nella voce di Gabriel Garcia, il cui timbro, leggermente più maturo rispetto a “Light From Above”, rafforza e riempie il tutto. Pur non essendo originale, in quanto richiama davvero molto i contemporanei Trivium, “Ashes” è sicuramente da non sottovalutare e da ascoltare almeno una volta.

“That Fire”, apparentemente meno d’impatto, riconferma che i Black Tide sanno essere commerciali e heavy allo stesso tempo. La traccia ha notevoli punti a suo favore, come il ritornello pestato e cantato a squarciagola che apre ad un assolo di chitarra, non proprio originalissimo, ma che in qualche modo dà più verve ad un brano che altrimenti risulterebbe banale.

Interessante è la chiusa dell’album lasciata a due canzoni diametralmente opposte: “Walking Dead Man” e “Into The Sky”.

La prima, che ricorda un po’ i Bullet For My Valentine, ha tutte le caratteristiche per diventare, insieme ad “Ashes”, il tormentone dell’album. Si può dire che “Walking Dead Man” e uno dei pochi brani completi dell’album: in essa si può veramente sentire la coesione di un gruppo che ha tutte le caratteristiche per sfondare ancora di più senza piegarsi alla commercialità heavy tipica del perodo: Gabriel Garcia tira fuori la voce, Steven Spence picchia come si deve la batteria, Austin Diaz e Zakk Sandler duettano con i loro strumenti abbandonando la monotonia dei brani precedenti.

“Into The Sky” chiude in maniera acustica questo “Post Mortem”, dando spazio al lato versatile e dolce della band.

Prese singolarmente le tracce di “Post Mortem” soddisfano chi ascolta, ma nel complesso l’album non soddisfa e in alcuni punti risulta noioso. Dopo un esordio come “Light From Above” mi aspettavo una degna continuazione, ma invece ho trovato una band a tratti più matura ma sotto altri aspetti ben più commerciale, con alcuni ritornelli e alcuni assoli cuciti ad arte per scopi che vanno al di là della musica.

Exit mobile version